Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:23

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Un altro delitto di Stato, quello di Stefano Cucchi, sta mostrando i suoi risvolti più inquietanti. Delitto di Stato, innanzitutto, lo definiamo, come i molti che costellano la storia d’Italia nelle diverse stagioni

Caso Cucchi, il magistrato della svolta è il salentino Musarò

Un altro delitto di Stato, quello di Stefano Cucchi, sta mostrando i suoi risvolti più inquietanti. Delitto di Stato, innanzitutto, lo definiamo, come i molti che costellano la storia d’Italia nelle diverse stagioni. Tale è per la connotazione fortemente istituzionale che caratterizza i protagonisti nelle ripetute e diverse violenze, nelle ripetute e diverse omissioni. Tale è per la molteplicità di istanze e ruoli che hanno coperto la vicenda. I delitti li fanno gli uomini, ma quando questi indossano e rappresentano lo Stato e i suoi apparati di difesa, di sicurezza, di sanità ecc. e ciononostante si avvicendano con pugni e percosse, poi con le bugie e l’occultamento dei verbali, proiettano un’ombra molto formale su una storia che non è più personale ma collettiva.

Come altri delitti di Stato quello consumato ai danni di Stefano Cucchi ha per molti serbato un mix di segreti e misteri, tali da scoraggiare anche i più tenaci segugi e indurre alla tentazione dell’oblio.

Ma, fatte queste comparazioni, numerosi elementi distinguono l’affaire Cucchi da altri delitti. Il mistero sin dai primi accadimenti si è dissolto ed è apparso, sia pure faticosamente, ciò che in realtà era: non l’inconoscibile ma quanto era stato tenuto segreto malamente, occultando verbali, costringendo al silenzio chi pur aveva voglia di parlare. Rispetto ad altre storie di Stato, è uno dei carabinieri, Francesco Tedesco, a vuotare il sacco dopo aver negli anni già tentato di prendere le distanze.
La sua appare appunto come la liberazione da un segreto: «Sono rinato. Ora non mi interessa nulla se sarò condannato o destituito dall’Arma. Ho fatto il mio dovere; quello che volevo fare fin dall’inizio e che mi è stato impedito», ha aggiunto Tedesco al suo avvocato.

Poche parole riassumono la vicenda di una coscienza che si ribella e che tenta di insorgere e prefigura le ragioni della paura che forse per un po’ di tempo lo hanno reso titubante, fino a che non ha ripreso forza il senso del dovere. La parola «dovere» risuona forte nelle brevi dichiarazioni e basta a rischiarare l’area grigia e incerta di commilitoni che invece hanno sino alla fine tentato di nascondere i particolari di quella drammatica notte.
Gli apparati di Stato, arroccati a difesa dei propri malefìci, non hanno trionfato, dunque, e la verità sta sia pure lentamente e dolorosamente riemergendo. Proprio perché la mela non è marcia e anche l’Arma, che può avere al suo interno, come ogni apparato, figure discutibili, ne ha altre pronte a riscattare la credibilità, a illuminare il prestigio e la missione di servizio a difesa dei cittadini.

La verità, quando c’è, va cercata e nulla può fermarci nella volontà di riaffermarla: è questo l’altro insegnamento che emerge dalla dolorosa vicenda di Stefano Cucchi, il quale ha trovato nella sorella e nella famiglia la sua migliore rappresentazione e perpetuazione in vita.

Restano i lamenti di rito sulla verità onnipresente del male, che si annida nelle pieghe della nostra società e non guarda in faccia nessuno. O meglio: non guarda in faccia soprattutto i poveri disgraziati, i drogati, i clochard, i drop out, tutta quella umanità di risulta che comunque pare non debba avere cittadinanza, non debba poter godere della normalità. Neanche e ancor più quando è ferita e ha bisogno dell’umana pietà.

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