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L’avvocato era buono. Suni buona sapeva esserlo

di Igor Man
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Ora che il dolore definitivo l'ha lasciata, è tregua sul viso superbo di Susanna Agnelli detta Suni. E colpisce il suo imperioso profilo pressoché identico a quello dell'Avvocato, amatissimo fratello, la cui morte ha profondamente segnato gli ultimi anni di vita di Suni.
«Don't forget you are an Agnelli», così ammoniva i ragazzi (Agnelli) Miss Parker, inflessibile «tutto»: istitutrice, governante, ripetitrice scolastica, maestra d'inglese e di ginnastica a corpo libero, eccetera. Susanna Agnelli durante lunghi anni di estremo riserbo ha taciuto, anche agli amici più cari, metti Mario D'Urso, i trascorsi della sua fanciullezza, della giovinezza e questo in un mondo «dove tutti si parlano addosso», per inopinatamente svelarsi - un giorno - con un libro: «Vestivamo alla marinara», che non è una biografia bensì un documento. Una sorta di rapporto della condizione della «meglio gioventù» nell'Italia straziata da eserciti stranieri in bestiale concorrenza fra di loro.
Madre di sei figli avuti dal Conte Urbano Rattazzi, Suni si diceva orgogliosa d'aver evitato loro il «trattamento Parker», anche se, ammetteva, esso aiutava ad aver paura, ma ragionevolmente. «Se Gianni ed io non avessimo avuto confidenza con la paura, mai e poi mai, dopo l'8 settembre saremmo riusciti a tornare a casa: io sfinita dalla mancanza di sonno, lui tormentato dalla ferita all'astragalo, operato con mezzi di fortuna, velocemente perché l'anestetico era poco. Strazio su strazio, esorcizzato dal coraggio, dall'ironia».
Qualcuno ha scritto, quando l'Avvocato svanì, che eravamo amici. No, l'amicizia non matura nel breve spazio della frequentazione; io sono stato, per Gianni Agnelli, un dipendente che parlava franco, e ciò piaceva all'Avvocato. Quando non ero all'estero per servizio, ci vedevamo almeno una volta al mese: a Torino ovvero a Roma, in via XXIV Maggio. L'appartamento in cui viveva a Roma, era al quinto piano. L'impreziosivano due cavalli di Marino e un nudo mozzafiato, grande ma misurato, di Modigliani. Suni abitava all'attico. Il Vecchio Cronista può, una volta ancora, dire e scrivere che ha visto letteralmente illuminarsi i volti dei due fratelli quando si incontravano. Prima di uscire per le sue incombenze di presidente di Telethon onlus, Suni approfittava di Gianni a Roma per fare con lui la prima colazione (piuttosto parca). Quando ella compariva nel salotto di vimini, l'Avvocato scattava in piedi e i due si scambiavano quel sorriso bello, direi complice. Ricordo una mattina particolare, quando Suni era ministro degli Esteri. C'era in programma una visita breve ma importante a Spalato, a Zagabria. E si dava il caso che il Ministro Agnelli non riponesse la giusta fiducia in un ambasciatore incaricato d'una missione da sherpa invero difficile, balcanica. Lei lamentava «l'eccessiva prudenza» di quel diplomatico e invano, l'Avvocato ed io, ci affannavamo a ricordarle che quel diplomatico era «un fedele servitore dello Stato» e come tale meritava attenzione e fiducia. Breve: sette giorni dopo è al telefono il Ministro degli Affari esteri, Signora Agnelli: «Caro Man, lei e mio fratello avevate ragione: quel signore ha fatto un lavoro egregio».
Fu una donna coraggiosa sino alla temerarietà. «Mi piace menar le mani, quando la causa è giusta ma la metafora sottintende la conoscenza del dossier. Che comporta in primo luogo la rimozione delle proprie convinzioni perché spesso si rivelano fallaci. Per agire devi capire: l'altro, il contesto in cui vive e opera e questo comporta spesso un (difficile) bagno d'umiltà». Mentre l'Avvocato riusciva a mimetizzare l'asprezza del comando col suo storico sorriso, lasciando al subalterno l'illusione di aver concorso al successo, sua sorella era come se dicesse all'interlocutore (fosse questi lo stesso Kissinger, amico vero e prezioso degli Agnelli, o il caro Luca) che sì, va bene, però... Con garbo, da Sottosegretario agli Esteri, da Ministro in anni difficili, la Suni arronzò spesso fior di ambasciatori, sussiegosi ministri a vita. Ma quando venne il momento di caratterizzare, per la rete, il suo mandato ministeriale, dettò: «...la sua è stata, più che altro, una prestazione tecnica nel governo guidato da Lamberto Dini fra il 1995 e il 1996». Onestamente non fu la sua una mera «prestazione tecnica». In fatto fu il tentativo di affidare al suo dicastero compiti più vasti e dinamici, una sorta di franchigia operativa che ben presto sfumò in un amaro wishful thinking. Forse il lungo mandato di Sindaco dell'Argentario (1974-1984), l'averlo assolto rigorosamente in prima persona col supporto (entusiasta, va detto) d'una Giunta ricca di motivazione, la avevano illusa di poter trapiantare il «sistema Argentario» nei saloni della Farnesina. Sia come sia del suo incarico agli Esteri alla Farnesina non pochi conservano (stupita e ammirata) memoria.
Brusca nei modi con chi non stimava affatto e, in ogni caso, per niente cerimoniosa al contrario dei suoi concittadini, cui spesso rimproverava di piangersi addosso, Suni Agnelli praticò ostinatamente la sincerità mai dimenticando Miss Parker: «Don't forget you are an Agnelli». Codesta fedeltà all'ultima dinastia borghese d'Italia, fedeltà che in fatto era Servizio, ne fecero, coniugandosi con uno spirito d'avventura niente affatto italiano, un personaggio atipico. Lei confessa nel suo importante libro di cui s'è detto, d'essere stata una cottarola: si vedano i ritratti di Raimondo Lanza di Trabia, di Malaparte, le carezze (scritte) dedicate alla evanescente Mamma, il ritratto dell'epico Nonno. Già, il Nonno, il creatore della Fiat: il suo ultimo combattimento in difesa della fabbrica, il suo puntare tutto su Gianni... Entrambi, Gianni e Suni, ricordavano il profumo del Nonno: una mistura di buon tabacco da pipa, qualche goccia di acqua di colonia Coty. «La sua carezza era inconfondibile, il suo profumo non è mai sparito dalla nostra vita». Ma questo non lo scriva, mi disse Susanna Agnelli raggiungendo la mia Olivetti 44 sulla quale al Principi di Piemonte battevo (incredulo) l'ultimo saluto all'Avvocato.
Tanto tempo è passato, l'albero è quasi rimasto senza foglie. Ma il ricordo non muore e la pietà resiste. Il Vecchio Cronista parlando di Suni non ha potuto scinderla da Gianni. Fu per lui, sorella vicina nella buona e nella cattiva sorte, nella vita, definitivamente nella morte. Con una differenza che va detta. Gianni Agnelli, l'Avvocato, era buono. Suni buona sapeva esserlo.

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