Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:20

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Cosa vogliono sapere gli elettori nelle città

di Lino Patruno
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Tutti a lamentarsi di questa campagna elettorale, tutti a tenersi le sue bassezze. Tutti a chiedere programmi e contenuti, tutti a tifare per un’immagine o uno slogan. Tutti a invocare serietà e correttezza, tutti ad applaudire chi la spara più grossa. Tutti a disgustarsi degli insulti, tutti ad annoiarsi degli argomenti seri. Deve essere complicato il compito dei «creativi» che ci lavorano, quelli che devono tirare fuori un manifesto o inventarsi uno spot. Da un lato dire ciò che il candidato vuol fare, dall’altro non dirlo mai del tutto. Da un lato vendere un volto come un prodotto, dall’altro non ridurre quel volto a un prodotto. Da un lato convinti che un faccione in strada non sposti granché, dall’altro consapevoli che dieci faccioni siano più efficaci di uno. E gli stessi politici, da un lato assediati da una richiesta di capire, dall’altro più apprezzati per una battuta. Da un lato tentati dagli argomenti, dall’altro richiesti di effetti speciali. Dilaniati anch’essi fra l’essere e l’apparire, fra cosa sono e come vengono percepiti, fra il consenso ragionato e il tifo da curva Sud. In questo conflitto irrisolto sguazza il peggio, che tutti condannano ma nessuno evita.  Mettiamo le nostre città che voteranno per il sindaco: che fare? Si dovrebbe seguire lo scrittore Calvino: una città non valga per le sue sette o settantasette meraviglie, ma per la risposta che dà alle domande e ai bisogni di ciascuno. Una città sui cui marciapiedi c’è più verità che su tutti i libri di filosofia. Una città che è il più grande spettacolo della vita. Che soddisfi non solo il diritto a un sogno, ma assecondi l’ansia di un ruolo per ognuno, un’aspettativa di futuro, una necessità di riconoscerla e di esserne riconosciuto, che sia il posto in cui pensare di poter essere felici. Una città in cui non si sia mai soli, in cui nessuno si senta straniero, in cui nessuno viva da escluso. In cui le periferie abbiano pari nobiltà del centro. E in cui non prevalga il cinismo di chi non la sente propria e non la rispetta, anzi la oltraggia con una mancanza di civismo figlia di un’appartenenza non convinta, di un calore non ricevuto, di un’attenzione non arrivata. Non mi ama, e io ricambio.
 E poi le città non sono soltanto un negozio, un teatro, uno stadio, un  bar, una casa, un parente, una piazza, un museo, un amico, una luce, una storia, un’infanzia, una squadra, un sentimento. Le città sono una radice cui ciascuno è legato, una identità che scorre nelle vene, uno spirito del posto, un comune sentire, sono ieri e domani. Le città sono insomma pietre silenziose solo per chi non le sa ascoltare, ricordi e memoria, odori e sapori, umori e passioni. Le città sono un cielo e una luce ineguagliabili, sono un fluire del tempo inimitabile. Le città sono, in una stupenda parola, «luogo»: da difendere e preservare come il più bello della terra, l’unico e irripetibile. E il «luogo» è l’anima che manca a tutti quei «non luoghi» dai quali le città sono sempre più minacciate, ipermercati e stazioni, aeroporti e superstrade, maxidiscoteche e centri divertimenti, dove le genti sostano o passano senza nessun rapporto né fra di loro né col suolo che calcano, secondo l’apocalittica visione dell’etnologo francese Marc Augè. «Non luoghi» di tempi nomadi ed erratici, spaesati e sradicati, raminghi e liquidi. «Non luoghi» di profughi in casa propria, dove d’estate si mandano i vecchi perché c’è l’aria condizionata ma li si deporta dalle quattro mura loro «luogo» abituale.
Ma una città deve rispondere anche ad altre domande: se valga la pena che ci faccia nascere i miei figli, se ci sono giardini dove possa portarli, asili dove possa iscriverli, isole dove possa passeggiare, servizi che mi possano aiutare, sicurezze che mi possano tranquillizzare, ospedali in cui mi possa curare, assistenza di cui possa beneficiare, scuole di cui mi possa fidare, tempo libero che mi possa rallegrare, cultura che mi possa saziare. Una città che mi dica se posso impostarvi un’esistenza, accarezzarvi un amore, fondarvi un progetto. Una città che abbia un suo disegno, una sua concezione del mondo, un messaggio da trasmettere, che abbia chiaro cosa fare da grande. E una città che sia lavoro, lavoro, lavoro. Che sappia di essere la prima risorsa economica del nostro tempo, la più grande fabbrica di opportunità, di occasioni, di prospettive, di attrattività, di voglia di starci, di ansia di scommettervi. Una città in cui si voglia venire a intraprendere, a studiare, a visitare, a respirare, a darsi un’emozione, a subire un miraggio. Una città col senso di un cammino, con qualcosa in fondo alla strada. E i cui politici non pensino solo alle prossime elezioni, ma alla prossima generazione.
 Ecco, chi avrà capito tutto questo, vincerà le amministrative dei prossimi 6 e 7 giugno. O almeno si spera che vada così.

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