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L’uomo si sta imbestialendo. Non mettete in croce i maiali

di Gianluca Veneziani
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Porca miseria, la febbre suina ha cambiato nome. Ora l’hanno ribattezzata influenza A oppure virus H1N1, per renderla più vaga, più inoffensiva, meno temibile. Nessuno che senta più parlare di maiali; appena sbarcata in Italia l’influenza si è presentata sotto mentite spoglie, con questo nome in codice.
Hanno scoperto che il principale vaccino contro la malattia non erano particolari pillole o terapie, ma soltanto un cambio di nome, come si fa all’anagrafe. Si vede che i maiali si saranno ribellati. Per spazzare via queste inquietudini, da tutti i media è scomparsa la febbre suina ed è comparsa l’influenza A. Molti si son chiesti se fosse la stessa cosa. Questi nomi in codice, con numeri e lettere da decrittare, sembrano addomesticare la malattia, catalogarla, anestetizzarla. Perfino il primo paziente italiano è stato identificato con una cifra, quasi fosse un carcerato: paziente zero. Numeri e lettere ci confondono, ci attraggono di meno, e deviano l’attenzione da quello che fino a qualche giorno fa era stato additato come l’unto untore: il porco.
Si rischiava una psicosi di massa contro il maiale, un boicottaggio delle sue carni, una censura globale contro capocollo, porchetta e cotechino. Me ne sono accorto quando, nella rituale scorpacciata di carne del 1 maggio, molti miei convitati avevano timore di mangiarsi bistecche e braciole suine. Non importa che fossero maiali allevati ad Altamura, o macellati nel Tavoliere, insomma non proprio a due passi da Città del Messico. I miei amici, lo so, sono tipi suini generis. Ma le loro ansie rispondevano ad un universale meccanismo psicologico: quello di identificare un responsabile dell’epidemia, di trovare un colpevole, un capro (o forse un porco) espiatorio. E’ stato così anche in occasione della mucca pazza e dell’aviaria: di volta in volta era una bestia diversa a doversi assumere la responsabilità della malattia, prima le vacche, poi i polli, infine i suini. Insomma un gioco dello scaricabarile, in cui si addossano le colpe sempre sulle bestie. Ma forse ora è il caso di assumerci le nostre responsabilità, nostre come razza umana, e di capire che l’origine di queste epidemie non è tanto il porco, ma lo sporco. Ossia le scarse condizioni igienico-sanitarie, in cui in molte parti del mondo le persone si alimentano, si idratano e vengono curate. Non è un caso che i focolai di queste epidemie siano sempre zone del pianeta super-affollate e non famose per la loro profilassi: la Cina, Paese più popolato del mondo, Città del Messico, metropoli più grande della Terra. E la responsabilità è anche un po' del mondo globale, che fa muovere persone, merci e anche virus da una parte all’altra del pianeta con una velocità irrisoria. Contemporaneamente c'erano persone colpite in Messico e ad Hong Kong, in Canada e nelle Filippine. Le malattie ce le portiamo appresso nei nostri spostamenti insieme ai bagagli e ai souvenir.
Allora forse la colpa non è tanto delle bestie; ma degli uomini che si stanno imbestiando. Chiamiamola febbre umana, senza scomodare responsabilità divine o bestiali, come capita sempre in occasione delle epidemie. Di solito in questi casi o è colpa dell’essere sommo (la malattia come punizione di Dio), o è colpa degli esseri infimi (gli animali). Ma che sia colpa nostra, mai. Vada bene pure il nome di influenza A o di virus H1N1. Ma non mettete in croce il maiale, che già vive nella merda.

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