Martedì 26 Marzo 2019 | 11:09

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L’offensivismo stadio supremo del berlusconismo

di Giuseppe De Tomaso
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Dunque. Cambiano le stagioni, cambiano i problemi della politica, ma la strategia comunicativa del Cavaliere, sia quando si trova sotto i riflettori per conflitti di interesse sia quando va in prima pagina per conflitti di cuore, non muta di una virgola: la miglior difesa è l’attacco. Concetto che, Silvio Berlusconi, deve aver inculcato anche nella testa di dirigenti e allenatori del Milan, dal momento che la società rossonera è solita fare il pieno, nel calciomercato, degli aspiranti goleador piuttosto che dei più collaudati difensori. Infatti. Avesse fatto il calciatore, il presidente del Consiglio si sarebbe piazzato nella metà campo degli avversari e di lì non si sarebbe mosso, in attesa di palloni utili per scendere a rete.
Idem nell’imprenditoria e in politica. La strategia dell’offensivismo (sotto forma di attacco o di contrattacco) è la vera colonna sonora, assai più dell’inno di Forza Italia, delle note di Meno male che Silvio c’è o dei brani di Mariano Apicella, della storia pubblica e privata di Berlusconi. Attaccare o contrattaccare sempre, questa è la cifra (non solo mediatica) del berlusconismo.
SB cominciò ad attaccare quand’era un giovane imprenditore edile. Poi proseguì, sempre all’attacco, da editore bifronte: giornali e tv. Infine da leader politico piombato nell’arena dopo il crollo della cosiddetta Prima Repubblica. 
L’amicizia con Bettino Craxi (1934-2000) agevolò la sua ascesa nel club degli italiani che contano (per denaro e potere), ma forse SB sarebbe riuscito ugualmente ad arrivare dove è arrivato per la semplice ragione che egli non arretra davanti a nulla. Nella sua figura convivono il giocatore di poker e il kamikaze, il ciclista spericolato e il seduttore casanoviano, l’ammaliatore di uomini e l’incantatore di donne, l’imprenditore senza limiti e il politico senza freni. E quando in un signore s’incrociano fattori così dominanti, due sono le strade: o si precipita nell’inferno o si sale più in alto di tutti.
Un po’ di storia. I biografi fissano il battesimo politico del Cav nel noto discorso (1994) della discesa in campo, registrato davanti alle telecamere di Mediaset. In realtà il debutto avvenne qualche mese prima, nell’autunno 1993, quando l’allora semplice proprietario di tre reti televisive dichiarò che se fosse stato cittadino romano avrebbe votato per Gianfranco Fini, anziché per Francesco Rutelli, nelle elezioni per il sindaco della Capitale. Fu una frase più esplosiva di una bomba atomica, visto che Fini era ancora il leader del Msi , un partito lontano anni luce dal revisionismo «antifascista» che accompagnerà la nascita di Alleanza Nazionale. I più gli diedero (a Berlusconi) del pazzo o del Cavaliere nero. La verità è che egli aveva afferrato, prima di Achille Occhetto (Pds) e Mino Martinazzoli (Partito popolare), le opportunità che offriva il sistema elettorale (quasi) maggioritario, che rende la vita dura a tutti gli alfieri del terzismo. Infatti Berlusconi fu premiato dalle urne.
Ma la strategia dell’attacco e del contrattacco si delineò in tutte le sue varianti in occasione delle inchieste giudiziarie. E’ vero che, possedendo un impero televisivo da favola, la manovra berlusconiana risultava, per così dire, facilitata. Ma non tutti, al suo posto, avrebbero sempre deciso di giocare d’anticipo, col rischio di creare nell’opinione pubblica sentimenti di incertezza e perplessità. Invece. Se una procura siciliana indagava su Berlusconi, lui e i suoi giornali uscivano allo scoperto: anticipavano la notizia, la interpretavano e contrastavano già prima che fosse diffusa dall’Ansa o da altri organi di informazione. Una strategia «temeraria» che, però, ha prodotto i suoi risultati mediatici: nessuno poteva accusare Berlusconi di nascondere nei suoi network informativi i processi che lo riguardavano. Altri, al suo posto, probabilmente avrebbero adottato una soluzione da anestesista: addormentare la vicenda sperando nell’oblio. Il top dell’«offensivismo stadio supremo del berlusconismo» verrà, tuttavia, toccato nelle schermaglie parlamentari e televisive. Gli esperti di marketing psicologico la chiamano schismogenesi, termine antico vagamente accostabile al vocabolo «provocazione». In breve: si va all’attacco, si vede l’effetto che fa, poi eventualmente si fa retromarcia lasciando avversari e rivali nel pantano della reazione, accusandoli di malafede per aver volutamente frainteso o manipolato le parole originarie. Risultato: ricade sempre su chi ha iniziato (cioè a Berlusconi) il vantaggio di tenere il filo della matassa, distinguendo chi aveva capito bene da chi, a suo parere, aveva capito male. Insomma, chi sa utilizzare con abilità la tecnica della schismogenesi si concede un privilegio mica da poco: costringere gli altri alla rincorsa, e dare lui i voti, cioè le pagelle, agli sfidanti.
Caso Veronica. In effetti, la tentazione di soprassedere adottando la strategia del silenzio era irresistibile e forse inevitabile. Per i comuni mortali. Ma Berlusconi è Berlusconi. Non sarebbe stato più lui se avesse partecipato alle puntate della Dynasty all’italiana nell’inedita parte di spettatore di se stesso. Ha preferito, invece, optare per la linea che non lo ha mai tradito: l’attacco-contrattacco. Di qui le interviste a un paio di giornali. Di qui lo show nel salotto di Bruno Vespa. Una strategia che forse gli renderà, in termini di visibilità e popolarità, più di cento emergenze rifiuti risolte in poche settimane.

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