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Il presidente e il nuovo sistema comunicativo

Se nel XX secolo l’obiettivo della qualità della democrazia si poteva perseguire soprattutto implementando la quantità dell’informazione, nel XXI secolo la sfida è soprattutto quella di relazionare la qualità della democrazia alla qualità dell’informazione

Il presidente e il nuovo sistema comunicativo

Le parole del Capo dello Stato in difesa della libertà di stampa e del giornalismo, sebbene abbiano il sapore di un avvertimento alla maggioranza gialloverde affinché rimanga nel perimetro dei principi costituzionali, rappresentano un’occasione utile per riflettere sul rapporto in via di sviluppo fra agire comunicativo ed agire politico. Sgombriamo il campo da possibili equivoci. Chi scrive considera la libertà di stampa un elemento imprescindibile per la garanzia degli equilibri democratici di un Paese e il giornalismo una forma irrinunciabile nella costruzione di quell’orizzonte di senso tanto necessario, quanto elevato è il tasso di complessità delle società tardo moderne.

L'articolo 21 della Costituzione, lungimirante nel prevedere la libertà di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e «ogni altro mezzo di diffusione», non è solo la fonte del diritto di cronaca e di critica da parte dei giornalisti, ma anche il fondamento del loro dovere di informare. Dovere a cui corrisponde il diritto dei cittadini a essere informati. La chiave di volta delle autorevoli parole di Mattarella va rintracciata nella doppia natura di diritto e di dovere della libertà di manifestazione del pensiero e, più specificatamente, della libertà di stampa. Il presidente della Repubblica giustamente ricorda che non debbono esserci «condizionamenti da parte di poteri pubblici e privati» e che serve un giornalismo «credibile». E allora partiamo da qui per svolgere quattro considerazioni di carattere generale.
Prima considerazione. Se nel ventesimo secolo l’obiettivo della qualità della democrazia si poteva perseguire soprattutto implementando la quantità dell’informazione (reazione inevitabile a fronte delle forti restrizioni delle libertà da parte dei regimi totalitari e dittatoriali), nel ventunesimo secolo la sfida è soprattutto quella di relazionare la qualità della democrazia alla qualità dell’informazione. Il sovraccarico informativo pone, infatti, problemi nuovi in ordine alla selezione, alla gerarchizzazione e al trattamento del materiale notiziabile. Non si tratta più di creare le condizioni perché aumenti il flusso di informazione, ma di agevolare la produzione di elementi necessari per la formazione di una vera opinione pubblica in grado di muoversi con chiavi interpretative più sofisticate del passato.
Seconda considerazione. Il giornalismo ha subito l’influenza negativa dei molteplici tentativi di disintermediazione in atto fra potere e cittadini. Il fastidio di tanti politici nel farsi «mediare» durante la diffusione di messaggi destinati alla sfera pubblica ne è la riprova, unitamente al divorzio fra due parole che mai avremmo immaginato di dover e poter scindere: «giornalismo» e «informazione». Convivono, infatti, due prospettive differenti, ma convergenti fra loro: da un lato «l’informazione senza giornalismo» e dall’altro «il giornalismo senza informazione». Nel primo caso facciamo riferimento alla domanda di acquisizione di contenuti informativi da parte di utenti poco abituati alla verifica delle fonti. Il web 2.0 ha ampliato la possibilità di accesso alle informazioni, ma ha finito per omologare media mainstream e new media, testate giornalistiche e siti web, giornalismo tradizionale e citizen journalism. Molte ricerche concordano nell’evidenziare che nella Rete le fonti algoritmiche prevalgono su quelle editoriali. Un quadro che attribuisce ai social network una funzione non proprio connaturata alla loro originaria ragion d’essere. Non più solo piattaforme concepite solo per lo sviluppo di relazioni sociali, ma anche mezzi d’informazione. Non è un caso che gli italiani si informino soprattutto attraverso i telegiornali generalisti e Facebook. Nel secondo caso, (il giornalismo senza informazione) facciamo riferimento, invece, alla tendenza ad inseguire più il «valore notizia» dell’interesse che quello dell’importanza, con la conseguenza di incrementare fenomeni come l’infotainment (contaminazione fra informazione e intrattenimento) e il politainment (spettacolarizzazione della politica).
La terza considerazione, in continuità con la prima e la seconda, mette in evidenza la definizione di nuovi modelli comunicativi. La tenuta della televisione generalista e della radio (media nei quali sono aumentati in modo esponenziale gli spazi di rappresentazione della politica, come dimostrano i numerosi talk show in onda a tutte le ore del giorno e della notte) ha limitato l’impatto negativo della crisi della stampa di massa quotidiana, almeno in relazione al ruolo straripante di Internet.
Un processo complesso quello in corso in cui si alternano dinamiche di sostituzione e dinamiche di integrazione. Semplificando, si può sostenere che siamo passati da un modello di comunicazione «da uno a molti», fondato sull’autorevolezza dell’emittente, ai modelli «da uno a uno», incentrato sulla simmetricità della relazione, «da molti ad uno» e anche «da molti a molti» per poter parlare contemporaneamente a tutti e ad ognuno. Alla linearità è subentrata, insomma, la circolarità.
La quarta e ultima considerazione va sviluppata in relazione alla difficoltà di governare l’intreccio, venutosi a creare per le ragioni esposte in precedenza, fra informazione, comunicazione e marketing. Attenzione, perché spesso tendiamo a usare le parole «comunicazione» e «informazione» come sinonimi. Nulla di più sbagliato. Un conto è comunicare, perseguendo cioè un interesse di parte che non per questo è necessariamente illegittimo. Altro è informare: attività che, almeno nella sua connotazione idealtipica, si concretizza nel perseguimento di un interesse generale e nella capacità di intercettare le aspettative più autentiche della collettività. Negli ultimi anni la comunicazione ha fatto invasione di campo nel terreno di gioco dell’informazione, il marketing si è fatto sempre più comunicazione (specie quello politico ed istituzionale) e l’informazione ha smesso di ergere barriere difensive nei confronti del marketing. Il risultato? È diventato piuttosto difficile ragionare, prescindendo da questa interrelazione.
A maggior ragione, a fronte della complessità di questo scenario, vale la pena di riportare al centro dell’attenzione il tema della competenza, da intendersi qui nella doppia accezione di legittimità ad agire e di abilità nell’operare. È la competenza che garantisce l’unica condizione perché il giornalismo possa sopravvivere, ovvero la sua credibilità. Un giornalismo credibile è un giornalismo che rinuncia allo strabismo ideologico, alla logica del pregiudizio, al doppiopesismo della valutazione. Che non distingue fra poteri. Che sa essere cane da guardia della democrazia (e non cagnolino) sempre e comunque e non solo in quelle fasi politiche nelle quali maggiori sono le distanze culturali rispetto a chi ha responsabilità pubbliche. Che sa essere equidistante, più che equivicino. Che sa presidiare con consapevolezza e lungimiranza i territori della conoscenza per connettere libertà e verità a vantaggio di un pubblico non più passivo, ma attivo ed ormai interattivo.
De Tocqueville diceva: «Amo la libertà di stampa più in considerazione dei mali che previene, che per il bene che riesce a fare». Affermazione da sottoscrivere mille volte, ma aggiornandone il significato. I «giornalismi» da tempo non sono più gli unici abitanti dell’ecosistema della comunicazione politica.

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