Martedì 19 Marzo 2019 | 16:14

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Lui e lei separati l’ultimo sdoganamento del Cavaliere

di Giuseppe De Tomaso
di Giuseppe De Tomaso

E pensare che, solo pochi lustri addietro, per un politico occidentale era meglio finire in uno scandalo finanziario che essere chiamato in tribunale dalla propria consorte per una causa di divorzio. John Kennedy (1917-1963), ad esempio, era affetto da iperestesia sessuale, come lo era stato Gabriele D’Annunzio (1863-1938). La Casa Bianca kennediana somigliava a una Casa di Tolleranza o a una Casa a Luci Rosse piuttosto che ad una augusta dimora presidenziale. Colà, il turn over fra attrici e starlet di Hollywood era più vorticoso del viavai in un albergo di Manhattan. Jacqueline Lee Bouvier (1929-1994), la First Lady, era al corrente dell’incessante attività erotica del marito, e ogni tanto si eclissava in segno di protesta. Ma poi rientrava alla base, convinta da un paio di argomenti: la paura di uno choc mediatico in caso di separazione, evento che per lei, sacerdotessa della rispettabilità, avrebbe comportato l’inevitabile retrocessione nei templi dell’Alta Società; e, soprattutto, gli strepitosi regali che, ripetutamente, le inviava il suocero Joseph Kennedy (1888-1969), storico collezionista di dive del cinema, che essendo assai meno avaro del figlio John, placava i mugugni della nuora a colpi di tailleur Dior e Valentino e di costose «colazioni» da Tiffany. Sacrifìci monetari che il Patriarca della Famiglia d’America si sobbarcava volentieri pur di sventare sul nascere l’incubo del divorzio della coppia presidenziale. Per il vecchio Joseph, il Potere era tutto, era la ragione di vita che aveva inculcato nella sua già ambiziosa prole: meglio perdersi che perderlo. E così, John e Jackie, i due inquilini più fascinosi nella storia della Casa Bianca, riuscirono ad accordarsi su un ménage fondato quasi esclusivamente sull’ipocrisia e sulla convenienza, sull’interesse e sul formalismo istituzionale. Del resto, la ragion di Stato, o la ragion politica, presentano esigenze che la ragione dei comuni mortali quasi mai può comprendere. Il dongiovannismo di Kennedy non fu un caso isolato, persino nella puritanissima terra di zio Sam. Meno di un secolo fa (per l’esattezza tra il 1923 e il 1929), ad esempio, si dava un gran daffare erotico il presidente Calvin Coolidge (1872-1933), famoso per la sua laconicità e per i messaggi in codice che scambiava con la sua spiritosa signora. Un giorno lui e lei, con un codazzo di assistenti, si fermarono davanti a un allevamento di polli. Uno fra gli addetti ai lavori spiegò: «Il gallo qui espleta i suoi servizi fino a 8, 9 volte al giorno». La presidentessa non riuscì a trattenere un ironico sorriso: «Lo riferisca anche al presidente, mio marito». Poco dopo, davanti agli stessi polli passò Coolidge, sùbito informato della battuta della moglie. «Ma il gallo svolge le sue prestazioni sempre con le stesse galline?», domandò di scatto il presidente. «No, signor presidente, sempre con galline diverse», fu la risposta. E il presidente: «Bene, riferisca anche questo alla signora Coolidge». Grande. La cosa finì lì. La battuta del presidente Coolidge sulle prestazioni straordinarie del gallo non sfigurerebbe sulla bocca di Silvio Berlusconi, il cui repertorio di aneddoti e barzellette è più inesauribile dei copioni del Bagaglino. Ma oggi nessuna donna di un potente si arrenderebbe al protagonismo sessuale del coniuge, qualora ne sospettasse la fondatezza. Per la semplice ragione che la parola divorzio, un tempo tabù, è più sdoganata delle parolacce in tv. Il prode francese Nicolas Sarkozy si è separato dall’algida Cecilia con la disinvoltura del portiere milanista Dida quando con nonchalance raccoglie il pallone finito in rete per colpa della sua ennesima uscita a vuoto. Nessun timore, all’Eliseo, per il prosieguo della carriera politica. Anzi. Il matrimonio con Carla Bruni ha dato a Sarkozy più lustro di una nomination al Premio Nobel per la pace. Se si pensa che Francois Mitterrand (1916-1996), un predecessore di Sarkò, pur di non destare scandalo, riuscì a nascondere ossessivamente fino alla morte la propria pluridecennale bigamia (famiglia ufficiale e famiglia clandestina), viene da concludere che sembra trascorso un millennio, non già 20 anni, dalla linea che per secoli aveva accomunato i politici di tutte le latitudini: vizi privati, pubbliche virtù. Sta qui, dunque, il punto di forza di Berlusconi. In passato avrebbe fatto il diavolo a quattro, pur di convincere la consorte a non rompere il legame. Oggi, invece, il Cavaliere sembra quasi essersi liberato dal «peso» di un rapporto che non funzionava più (può capitare a tutti). Adesso, il Premier appare più convinto della stessa Veronica sulla necessità di chiudere l’unione, senza ulteriori tentativi di riconciliazione. Il perché è chiaro. Se si è secolarizzata la castigata e morigerata America che prima ha perdonato a Bill Clinton la vicenda extraconiugale con Monica Lewinsky, e poi ha perdonato la signora Hillary Clinton per aver, a sua volta, perdonato il marito farfallone, figuriamoci l’Italia. La cui filosofia si fonda soprattutto sul perdono e sull’invidia da parte dei deboli nei confronti dei potenti, cui sono concesse quelle libertà che tutti vorrebbero permettersi. Berlusconi, da uomo pragmatico, ha fatto due più due. Ha visto che i sondaggi non lo stanno tradendo, neanche dopo l’eutanasia del suo matrimonio. E si è rimesso a correre verso il divorzio alla velocità di un Kakà lanciato a rete. E così, dopo quello di Fini, il Cav ha compiuto lo sdoganamento più impensabile della sua vita: rompere il sodalizio coniugale, da Palazzo Chigi, nella città del Pontefice cattolico. Pochi anni addietro, lo avrebbero preso per un pazzo votato al suicidio politico.

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