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L'analisi

La resistenza del ministro e le cambiali da pagare

Chi, come Tria, viene a trovarsi alla guida del ministero dell’Economia in Italia è, da una ventina di anni, l’uomo più potente della nazione. Tocca a lui, al super-ministro, dire l’ultima parola su entrate e uscite

Dai libri ai viaggi in gommoneTria, da Castellana Grotte al Mef

Il ministro Tria

Un tempo, dietro la scrivania del Governatore della Banca d’Italia, era appeso il quadro rinascimentale che raffigura San Sebastiano trafitto dalle frecce. Era un dipinto allegorico, simbolo dei colpi che il patrono della lira e custode della stabilità monetaria era costretto a subire per i suoi no alle aspettative crescenti della classe politica, smaniosa di spesa facile e di bilanci sciuèsciuè. Fosse dipeso dalla partitocrazia, ma questa tentazione è diffusa ancora oggi, l’allora istituto di emissione non avrebbe mai dovuto smettere di fabbricare soldi, anzi avrebbe dovuto sfornare moneta tutti i giorni, anche di notte. Poi sono arrivati i trattati europei, culminati nella divisa comune, a porre un freno alla monetizzazione del debito e alla corsa dei prezzi. Ma il retropensiero di stampare banconote a volontà e voluttà non è mai svanito.
Una volta era il Governatore di Bankitalia il primatista europeo dei «no, mi dispiace» alle richieste di politici, governanti e amministratori vari. Da quando le competenze sulla stabilità monetaria (e dei prezzi) si sono trasferite a Francoforte, sede della Bce, tocca al ministro dell’Economia, in Italia, fare la faccia feroce davanti al numeroso esercito di quei postulanti convinti che fare politica significhi spendere a gogò e che i conti pubblici siano una variabile ininfluente sullo stato di salute di un Paese e della sua economia.
Adesso è il turno di Giovanni Tria, professore alieno dalle seduzioni del proscenio mediatico e tutt’altro che arrendevole di fronte al pressing dei suoi colleghi di governo.
Chi, come Tria, viene a trovarsi alla guida del ministero dell’Economia in Italia è, da una ventina di anni, l’uomo più potente della nazione.

Lo è perché il dicastero somma le competenze che una volta erano divise tra tesoro, bilancio e finanze. Tocca a lui, al super-ministro, dire l’ultima parola su entrate e uscite. Non a caso, i mercati ascoltano il verbo del titolare dell’Economia con la stessa attenzione che, nell’antichità, si riservava al responso degli oracoli. Lo stesso carattere, lo stesso temperamento del ministro incidono sull’atteggiamento e sulle decisioni di risparmiatori e investitori, nazionali e internazionali. Un ministro accomodante non è mai rassicurante per i mercati, viceversa un ministro recalcitrante può tranquillizzare pure gli spiriti più timorosi.
Sarà perché - sulla falsariga del principio «la funzione fa l’organo» -, il dicastero dell’economia riesce a cambiare, irrigidendoli, anche i capi più permissivi, sta di fatto che i reggitori dei cordoni della borsa pubblica, in Italia, entrano spesso in rotta di collisione con il resto della comitiva politica e corporativa (e non solo).
Accadde al più illustre di tutti i ministri: il piemontese Quintino Sella (1827-1884). Sta accadendo al ministro in carica Tria. Sella fu - dopo Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861) - la più importante personalità della Destra Storica. Ma non diventerà mai presidente del Consiglio. Non lo diventerà perché ogni qual volta il re Vittorio Emanuele II (1820-1878) bussava a denari per finanziare una guerra, il rigoroso ministro gli teneva testa con la caparbietà di un mulo. Nel luglio 1870, il re perse le staffe, dopo aver inondato il ministro di lusinghe e minacce. Voleva il via libera del tesoriere Sella all’intervento militare italiano, a fianco della Francia di Napoleone III (1808-1873) contro la Prussia. Sella fu irremovibile nell’opporsi, nonostante che la Francia fosse a un centimetro dalla vittoria. «Si vede che Ella viene da mercanti di panno», sbottò Sua Maestà con gli occhi di fuori, alludendo alla produzione laniera delle industrie Sella. Il ministro non si fece intimorire e replicò da par suo: «Sì, Maestà, ma provengo da mercanti di panno che hanno sempre fatto onore alla loro firma, mentre questa volta Vostra Maestà firmerebbe una cambiale che non sarebbe sicuro di poter pagare». Chapeau.
E meno male che Quintino Sella, il Cavour dell’economia, non capitolò davanti al sovrano. Primo, perché salvò il Paese da un inevitabile tracollo finanziario. Secondo, perché evitò un’altra disastrosa disfatta militare. Malgrado i successi iniziali, infatti, la Francia non riuscì a battere sul campo la Prussia, che vincendo a Sedan costrinse all’esilio l’imperatore Napoleone III.
Eppure, nemmeno quando tutti i fatti gli danno ragione, un ministro dell’economia vede riconosciute le proprie capacità. Per tutti, per la vulgata corrente, un ministro severo, più attento ai conti che ai voti, più sensibile allo spread che ai like, più avvezzo allo studio dei dossier che agli studi delle tv, deve scontare il peccato mortale di non saper fare politica, che poi significa non voler assecondare i capricci del Principe, ora solitario ora collettivo.
È il caso di Tria. Per fortuna l’attuale successore di Sella non deve dire no a un re che gli chiede di scucire quattrini per andare in guerra, ma le pressioni cui egli è ora sottoposto, perché finanzi reddito di cittadinanza, riforma della legge Fornero e flat tax, non devono essere così diverse da quelle cui fu sottoposto, nell’Ottocento, l’inflessibile ministro biellese.
Quando Tria approdò in via XX Settembre, il primo giugno scorso, al termine di un estenuante braccio di ferro sul nome di Paolo Savona (ora agli Affari europei), nessuno immaginava che avrebbe fatto la sentinella della cassa con la determinazione che ha palesato subito dopo. I più scommisero su una linea più morbida sui conti pubblici e, più scettica sull’Europa. Previsioni sbagliate. Come il suo predecessore Sella, il ministro in carica vorrebbe che si firmassero solo cambiali suscettibili di essere pagate. E anche un bimbo comprenderebbe che le cambiali rappresentate dalle tre riforme simbolo di questo governo non potrebbero essere onorate. Meglio non provarci, lascia intendere chiaro e tondo il ministro. Traduzione: se voi, cari colleghi di governo siete giudicati dagli elettori, io sono giudicato soprattutto da investitori e risparmiatori.
Durerà il Professore? Il rischio dello scontro finale è sempre più incombente. Ma se Tria dovesse gettare la spugna, sull’onda di un contrasto insanabile nel governo, non sarebbe un bel giorno per il Paese. Forse sarebbe una tragedia, paventa qualcuno. La carta d’identità del ministro dell’Economia è il più significativo documento in grado di attestare, o meno, la credibilità e la solvibilità finanziarie di uno Stato.

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