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La scomparsa della dialettica la ricomparsa dell’intolleranza

«Siamo sommersi da una infinità di affermazioni perentorie, soprattutto da parte dei politici. Sembra essere scomparso il «dubbio» come metodo per conquistare un qualsiasi convincimento»

La scomparsa della dialettica la ricomparsa dell’intolleranza

Siamo sommersi da una infinità di affermazioni perentorie, soprattutto da parte dei politici che le propongono con certezza d’essere nel vero per poi di solito rivelarsi invece del tutto priva di fondamenta. Sembra essere scomparso il «dubbio» come metodo per conquistare un qualsiasi convincimento, e siamo ben lontani dagli antichi insegnamenti di Giambattista Vico per il quale il «vero» sta nella capacità di tradursi sempre in un «fatto» concreto. Montanelli e Cervi nella Storia d’Italia, discutendo delle loro “idee politiche generalmente liberali, quindi sempre in contrasto con quelle dominati […] della cosiddetta intellighenzia” definiscono la politica espressione “di una sinistra aggressiva e intollerante e[…] di una destra altrettanto aggressiva e intollerante”.

Come per ogni cattiva abitudine, questa tendenza ad asserire la certezza assoluta spesso «urlandola» ha avuto una diffusione incontenibile: oggi ne fanno largo uso i mass media, anche nelle forme subdole dei talk show dove, in dialoghi del tutto inconsistenti, ciascuno dei partecipanti assume il ruolo del «ipse dixit» affermando il proprio pensiero come indiscutibile verità.
Ma il dramma reale è che questa pessima abitudine si è ormai impadronita anche della gente comune, così che oggi siamo tutti un po’ abituati a parlare affermando cose che non intendiamo mettere in discussione. Il qual fatto ha un impatto purtroppo drammatico sulla ricerca della verità delle cose.

Abbiamo dimenticato l’uso della «dialettica» - del ragionare con la dovuta umiltà con «l’altro», sapendo ascoltare opinioni diverse dalle quali cercare di estrarre utili suggerimenti che temperino le nostre idee, permettendoci così di inquadrare le situazioni il più possibile alla luce di una verità resa evidente dall’interazione di tesi per contrapposte che siano. Abbiamo smarrito l’umiltà dell’ascolto e con essa la naturale propensione ad accettare che chi si oppone al nostro pensiero possa avere una qualche ragione atta a fertilizzare le nostre idee.

La «dialettica» è il più antico «metodo» di ragionamento per ricercare una qualche forma di verità. Il suo significato è quello di «arte di dialogare ragionando», il che presuppone anche un’«arte dell’ascoltare» l’interlocutore cogliendo indicazioni utili per pervenire alla verità.
Nacque, la dialettica, e si diffuse grazie all’antica sapienza greca e il grande Platone fu il primo filosofo che la utilizzò sistematicamente nei suoi dialoghi. Si sviluppò quindi con Socrate, Aristotele e gli altri pensatori greci, ai quali si oppose la scuola dei «sofisti» che invece proponevano l’arte di prevalere comunque nella discussione, confutando le tesi del dialogante senza essere interessati a un eventuale possibile loro utilizzo. Poi, nella storia della filosofia, la dialettica ha assunto molteplici aggiustamenti che hanno spesso distorto la sua iniziale chiara e immediata semplicità, rimanendo comunque una premessa fondamentale di ogni analisi critica.

Nel Seicento venne affrontato e approfondito il problema del metodo grazie agli studi fondamentali di Bacone, Newton e Galilei. Si definirono i classici «metodi sperimentali» basati su «induzione» per procedere dal particolare al generale, e inversamente su «deduzione» per arrivare dal generale al particolare. Cartesio utilizzò i processi deduttivi nel suo "Discours de la méthode pour bien conduire sa raison, et chercher la vérité dans les sciences, e poi ancora nelle sue Regulae ad directionem ingenii avendo reso il «dubbio» un metodo sistematico di ricerca della verità.
Già allora cambiò almeno in parte il modo di ragionare, assumendo il soggetto ragionante un ruolo centrale dato che, mediante l’utilizzo del «metodo» - anzi dei «metodi» - giungeva autonomamente a configurare una propria verità.
Rimase pertanto appannata la dialettica tra più interlocutori che tuttavia tornerà di moda nella grande filosofia tedesca dell’Ottocento come “arte di raggiungere e cogliere il vero mediante la discussione delle opinioni”. Fichte, filosofo continuatore del pensiero kantiano, introdusse la sequenza dialettica di «tesi, antitesi, sintesi», ripresa da Hegel che nella dialettica faceva convergere il «divenire» in quanto “consiste essenzialmente nel riconoscere l’inseparabilità dei contraddittori nello scoprire il principio di codesta unione in una categoria superiore”.
Così come accadde con i Sofisti greci, si andavano affermando due forme di discussione – da una parte la dialettica come esercizio critico di riconoscimento dei propri limiti, volta quindi ad ascoltare e recepire possibili istanze dall’altro interlocutore, e, in contrapposizione alla dialettica, il completo rifiuto del dialogo utilizzando il discorso soltanto per affermare esclusivamente la propria ragione. È il caso per esempio di Schopenhauer che scriverà fra l’altro L’arte di ottenere ragione esposta in 38 stratagemmi (Adelphi 1991).

E poi intervenne la «ideologia» - termine introdotto da Destutt de Tracy (Éléments d’idéologie, 1817-18) come scienza delle idee e delle sensazioni, ovvero come sistema di idee più o meno organizzate in grado di assumere i connotati del dogmatismo: l’ideologia venne quindi interpretata come complesso di «credenze» da acquisire fideisticamente senza possibilità di analisi critiche – il che l’avvicina al concetto di fede religiosa a cui credere senza necessità di dimostrazioni ragionate. Furono Marx ed Engels ad appropriarsi di questi concetti dogmatici che, definiti «marxismo leninismo», divennero l’ideologia ufficiale dell’Unione Sovietica – un’ideologia che seppur modificata dall’evoluzione storica delle realtà politiche rimane la base dell’attuale pensiero progressista.

E mentre vado meditando sulla dialettica dimenticata, non cesso di stupirmi quando, incontrando esponenti dell’intellighenzia, li sento dichiarare la loro indisponibilità a leggere giornali, riviste, articoli o comunque a recepire pareri e tesi non allineate alla loro ideologia - evidentemente timorosi di scalfire le proprie perentorie posizioni al punto di ignorare ogni altra realtà.
Ma così facendo non si accorgono del pericolo di non riuscire a cogliere la naturale evoluzione del sentimento popolare, il qual fatto finisce per penalizzare non poco i consensi nei loro confronti, innescando situazioni di crisi spesso drammatiche come quelle che oggi colpiscono - in apparenza inspiegabilmente - le sinistre progressiste in Italia e non soltanto. 

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