Giovedì 15 Novembre 2018 | 08:56

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Il radicalismo di etichette e luoghi comuni

«Ha senso ridurre tutto alla contrapposizione fra popolo ed élite? Davvero pensiamo di raccontare il cambiamento incapsulando la realtà all’interno di queste due macro categorie?»

Salvini

Diciamo la verità. Non sempre in politica è utile ragionare per polarizzazioni estreme e schemi troppo rigidi. Ricordate quella bella canzone di Giorgio Gaber dal titolo “Destra-sinistra”? Il cantautore milanese si chiedeva cosa mai volesse significare nel concreto essere di destra o di sinistra. Ironicamente collocava nella prima categoria (la destra) attività come farsi il bagno in vasca, mangiare una minestrina, guardare film alla moda, usare la giacca con i jeans. Nella seconda categoria (la sinistra), invece, faceva rientrare la doccia, il minestrone, i film che annoiano, le scarpe da tennis sporche e slacciate.

Intelligente provocazione la sua per mettere in evidenza i pericoli dei luoghi comuni e per sottolineare come definirsi di una parte piuttosto che di un’altra significhi solo ostentare appartenenze ideologiche per “passione ed ossessione” di una diversità che non sempre corrisponde alla realtà.
Proviamo a traslare il significato di questa suggestione nel dibattito sull’attualità politica. Ha senso ridurre tutto alla contrapposizione fra popolo ed élite? Davvero pensiamo di raccontare il cambiamento incapsulando la realtà all’interno di queste due macro categorie? La sociologia della comunicazione parla di “effetto framing” in riferimento alle distorsioni connesse alla doppia possibilità che la realtà venga “incorniciata” da media e opinion maker o, in alternativa, dal pubblico. I frame, in quanto cornici cognitive, possono essere simili o differenti, ma ciò che attiva il corto circuito è la selezione soltanto di quei messaggi in linea con le convinzioni pregresse degli elettori. Che è un po’ come affermare che nella sfera pubblica mediata hanno diritto di cittadinanza solo quei fatti che sono identificabili con chiarezza o come azioni populiste o come azioni elitarie.
Chi scrive appartiene ad una categoria di giornalisti e di studiosi che rifiuta le facili generalizzazioni, che considera la formula “populismo”, non foss’altro per la sua radice etimologica, non necessariamente sinonimo di negatività e la parola “élite” non sempre garanzia di positività. Ragionare sulla base di schemi precostituiti ed arbitrarie gerarchie di valori rende tutto più difficile. A supporto di questa tesi è utile far riferimento ad alcuni esempi.
Cominciamo con la politica economica. A breve conosceremo la versione finale della legge di bilancio, ma stando alle dichiarazioni ufficiali del premier Conte, del Ministro Tria e dei vice premier Di Maio e Salvini non c’è alcun tentativo da parte del Governo gialloverde di uscire dall’Europa e dall’euro. Non c’è, insomma, una Italexit all’orizzonte, ma solo la volontà di cambiare questa Europa. La probabile candidatura di Manfred Weber alla guida della Commissione rafforza, del resto, il convincimento che l’identità del Ppe che si vuol far emergere sia quella di un partito moderato e conservatore che non demonizza il sovranismo e che, anzi, prova a coinvolgerlo nella costruzione degli assetti futuri europei.
Come ha ricordato il presidente di Confindustria Boccia (che nelle scorse settimane non è stato certo tenero sul cosiddetto decreto dignità) in ambito economico il Governo comincia a mostrare il suo volto responsabile. E non può che definirsi tale (responsabile, appunto) la decisione confermata ieri da Tria di avviare in modo graduale le tre riforme più importanti: fisco, reddito di cittadinanza e pensioni. Certo, si dovrà capire a quale esito arriverà la discussione su cosa anticipare e cosa posticipare, inclusa la valutazione delle ricadute politiche di queste scelte sulla stabilità dei rapporti interni alla maggioranza, ma è evidente che non c’è strappo con l’Europa, che si vuol ridurre il rapporto deficit-Pil ed aggiustare in modo strutturale il nostro bilancio pubblico. Non sfuggirà che insistere su qualcosa che non c’è (l’uscita dall’Europa e dall’euro e la volontà di fare muro contro muro con la Commissione) significa far danni (si pensi ai mercati) grandi quanto quelli creati da esternazioni estemporanee e poco istituzionali di alcuni esponenti della maggioranza.
Il discorso di Salvini davanti alla platea di imprenditori e manager di Cernobbio, gli applausi che il leader leghista ha ricevuto da una qualificata rappresentanza dell’establishment economico, l’intervista di Di Maio al Sole 24 Ore per confermare le misure di Industria 4.0 ed annunciare il taglio del cuneo fiscale, unitamente alle parole pacate ed equilibrate di Conte, Tria, Moavero Milanesi, rendono poco realistico l’approccio di quanti continuano a ragionare solo in termini di contrapposizione fra popolo ed élite. Fa bene il presidente del Senato Elisabetta Casellati (al forum Ambrosetti ieri ha parlato di “partito Italia”) nel ricordare a tutti che occorre raggiungere posizioni unitarie per perseguire l’unica cosa che conta davvero: l’interesse nazionale.
Il secondo esempio è relativo ai temi della giustizia. Dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia dalla Procura di Palermo per sequestro di persona aggravato in relazione alla vicenda della nave Diciotti, Salvini, in diretta Facebook dalle stanze del Viminale, ha attaccato una parte della magistratura, ricordando che i politici sono eletti dal popolo e i giudici no. Parole che hanno provocato un terremoto nel mondo politico e giudiziario, al punto che lo stesso Ministro dell’Interno, facendo prevalere più questo ruolo che quello di leader della Lega, ha corretto il tiro, chiarendo che non c’è nessun golpe e che egli non si sente di certo al di sopra della legge. Possibile che questo cambio di passo sia stato dettato dalla “soffiata” che gli avrebbe fatto Di Maio (stando a quanto racconta un retroscena del Corriere della Sera) circa il disegno di far cadere l’esecutivo giallo-verde e sostituire l’alleanza fra M5S e Lega con quella fra pentastellati e Pd, ma sta di fatto che chi ha appiccato l’incendio l’ha spento immediatamente, rendendosi conto della necessità di abbassare subito i toni per evitare un conflitto fra poteri dello Stato.
Sulla testa di Salvini è caduta la spada di Damocle del sequestro preventivo di 49 milioni di fondi della Lega e ciò crea un clima di oggettiva preoccupazione. Clima che può indurre anche a qualche reazione sopra le righe. Il “Capitano”, comunque, è nell’invidiabile situazione di poter contare su un consenso che, stando ai sondaggi, supera il 33% e può scegliere fra grillini e centrodestra, a maggior ragione dopo la ritrovata sintonia con il partito di Berlusconi sui temi della giustizia e dopo il disgelo con Antonio Tajani. Una consapevolezza che Salvini usa con abilità in direzione dell’uno e dell’altro fronte. Del resto, è Forza Italia ad avere più bisogno di reiterare lo schema del centrodestra unito (la proposta di Toti di una seconda gamba da affiancare alla Lega non va per nulla sottovalutata), così come è Di Maio a dover fare i conti con alcune variabili non trascurabili: una base non sempre accondiscendente con le posizioni leghiste; la concorrenza interna da parte di Fico, molto applaudito qualche giorno fa alla Festa dell’Unità; il ruolo di Di Battista che, sia pur dal Guatemala, stasera torna sul proscenio del dibattito politico.
La complessità è la cifra del nostro tempo anche in politica. Alimentare il radicalismo delle etichette fa perdere di vista i problemi. Genera disorientamento, non riuscendo a collocare nei binari giusti l’istanza di cambiamento maturata in modo irreversibile nella collettività. C’è, dunque, da chiedersi che cosa significhi in definitiva essere populisti o in alternativa appartenere ad élite. Anzi, c’è da chiedersi, per dirla con Gaber, cos’è ormai la destra e cosa la sinistra.

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