Domenica 24 Marzo 2019 | 05:58

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L’opposizione in casa l’ultima prova per il Cavaliere

di Giuseppe De Tomaso
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Il Potere è maschio, ma l’effetto del Potere è femmina. Per un Ronald Reagan (1911-2004) che indicava nelle donne, nelle donne e nelle donne (nell’accezione di amanti, non di legittime consorti) i tre pericoli più gravi per un uomo politico, ci sono milioni di pezzi da novanta che, nel corso della storia, si sono immolati più sull’altare di Venere che sull’ara di Marte, collezionando più trofei femminili che trionfi politico-elettorali.
Aspasia di Mileto (470-400 avanti Cristo) era un’intellettuale di classe che stregò l’allora premier di Atene, Pericle (495-429 a. C.). Ma la signora aveva un doppio tallone d’Achille: non solo era la concubina, non già la moglie, del Capo, ma il suo passato non era dei più raccomandabili, visto che aveva svolto la professione di etéra, cioè di squillo d’alto bordo, sia pure a suo agio più tra i libri che tra le alcove. La love story   Pericle-Aspasia destò più scandalo di uno strip-tease in chiesa, tanto da costare a lui il Potere e a lei un processo pubblico in cui rischiò addirittura la condanna capitale.
Il romano Giulio Cesare (100-44 a. C.) era uno sfacciato. «La moglie di tutti i mariti e il marito di tutte le mogli», lo definivano nell’Urbe. Non c’è bisogno di esegesi. Per il generale-giornalista che conquistò le Gallie, il potere era anche e soprattutto sinonimo di lussuria. Cesare era un genio politico e militare, ma nelle ore del piacere non si faceva mancare nulla. Anche a rischio di sconcertare i severi benpensanti del tempo.
La lista dei Potenti adusi, nei secoli, a distrazioni erotiche è più sterminata della Siberia. Un nome su tutti: John Kennedy (1917-1963), che trasformò la splendida Jacqueline nella lady più cornificata di sempre. Filippo Ceccarelli, pur limitandosi alle vicende sessuali della Prima Repubblica, una quindicina d’anni fa ha partorito un poderoso volume, edito da Longanesi e via via aggiornato, tutto documenti e niente gossip, intitolato significativamente Il letto e il potere: un labirinto inestricabile, fondato su triangoli, pentagoni, sotterfugi vari.
Se il Potere attrae il gentil sesso come il miele attira le api, figuriamoci cosa succede dalle parti di Silvio Berlusconi che incarna il Potere in tutte le sue molteplici espressioni: politica, economica, mediatica, spettacolare. E’ il governante più potente, è l’imprenditore più ricco, è l’editore più cospicuo, è lo showman più richiesto. In più parla di sé come di un ex (?) playboy. Ergo. Pensare che un personaggio così si fosse votato allo status esclusivo di marito perfettino era come credere che il regista Tinto Brass potesse prendere i voti (religiosi). Quasi impossibile.
La differenza tra Berlusconi e tutti gli altri big   avvezzi ai benefit  più inebrianti del Potere è che il Cavaliere non fa mistero di amare l’altra metà del cielo, mentre molti suoi colleghi preferiscono tacere, o curare la propria immagine di coniugi irreprensibili, del tutto renitenti alle cartoline precetto dell’irresistibile Afrodite.
Quello del presidente del Consiglio, va pur detto, resta un rischio calcolato, perlomeno sul piano politico (sul versante coniugale di sicuro no). Gli italiani non sono bacchettoni come gli americani che, dopo aver stroncato la carriera di numerosi politici sorpresi in situazioni scabrose, per poco non costringevano Bill Clinton a lasciare anzitempo la Casa Bianca. A molti italiani, invece, piace un leader circondato da dee irraggiungibili. Quasi tutti vorrebbero ritrovarsi al suo posto. Tutt’al più provano invidia. Insomma. Persino Benito Mussolini (1883-1945) che era biasimato per la sua tracotanza guerriera, incontrava la comprensione e l’ammirazione generale per le sue frequenti incursioni nei giacigli muliebri. Sottinteso: se un capo non è macho, che capo è?
Del tutto diversa, ovviamente, è la reazione di chi ha sposato un uomo straripante come Berlusconi. E’ evidente: alla signora Veronica non piace il gallismo del consorte. La diretta interessata non ne fa mistero. Infatti, ogni volta si fa più incisiva la sua stilettata di moglie ferita.
Eppure, a leggere le cronache più sapide, cioè più cariche di retroscena, il contrasto coniugale a casa Berlusconi non riguarderebbe l’inguaribile tendenza del capofamiglia a circondarsi di gnocche da infarto, bensì la difficoltà a raggiungere l’intesa sull’eredità dello strepitoso patrimonio accumulato da Re Silvio. Chi insiste su questo aspetto sottolinea come la plateale rivendicazione berlusconiana di corteggiare e apprezzare il fascino femminile non sia un approdo recente, frutto di una senilità mal accettata, ma sia la prosecuzione di una vita sotto i riflettori, caratterizzata dalla voglia di piacere a tutti, a cominciare dalle minigonnate con tutte le curve ai punti giusti. Di conseguenza, la signora Veronica sapeva chi era e com’era il compagno che aveva scelto per l’unione matrimoniale. Perché meravigliarsene adesso? Donna Veronica potrebbe obiettare, come ha fatto: sì, ma perché candidare veline e bonone senza meriti politico-culturali? Giusta domanda. Ma stavolta, rispetto al 2008, ci sono le preferenze. Il posto a Strasburgo va conquistato voto per voto. Non viene elargito tramite una collocazione favorevole in lista (praticamente una nomina). Se gli elettori voteranno le eventuali  candidate strafiche vuol dire che vogliono essere rappresentati anche da loro. Se non sono d’accordo, voteranno altri. Punto. Lo scenario cambierebbe radicalmente se, come i dietrologi ipotizzano, la causa della crisi tra Silvio e Veronica andasse ricercata nel presunto conflitto, fra i figli di primo e secondo letto, sulla ripartizione dei beni di famiglia. In tal caso, paradossalmente, la questione potrebbe ulteriormente aggravarsi: non si contano, nella storia, le dinastie dilaniate dalle liti sulla divisione della roba. E, si sa, quando le donne si scatenano, diventano più furiose delle mitologiche Erinni. Fino al punto, chissà, di pensare di capeggiare l’opposizione frontale (ossia anche politica) al proprio uomo.

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