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L'analisi

Una repubblica fondata sulla mania dell’annuncio

ponte crollato genova

il ponte crollato

Una discussione senza furori ideologici (?) avrebbe dovuto prendere atto che in Italia si è privatizzato senza liberalizzare e che d’ora in poi si sarebbe dovuto invertire la rotta

30 Agosto 2018

GIUSEPPE DE TOMASO

L’Italia è una Repubblica fondata sugli annunci. Anzi, è un’autentica annunciocrazia. E siccome si stanno rifacendo vivi alcuni sostenitori della riforma costituzionale, forse sarebbe il caso che l’annuncite cronica di cui soffre la democrazia italiana avesse la sua consacrazione ufficiale nella Carta fondamentale dello Stato. Scherziamo. Ma tutto è annuncio, ormai: dalle iniziative contro la Xylella alle decisioni sull’Ilva, dalla flat tax al reddito di cittadinanza, dall’ipotesi di violare il tetto del 3% del deficit alla minaccia di non pagare i contributi all’Unione Europea. Sia chiaro: alcuni annunci è bene che restino tali, visto che certe soluzioni potrebbero addirittura peggiorare la situazione. Ma a furia di fabbricare un annuncio dopo l’altro, si rischia di dimenticare ogni singola questione discussa in precedenza, per attivare solo la giostra delle parole.

Dicevamo che alcuni annunci è bene che restino tali, anche perché non è escluso che vengano considerati tali dai loro stessi autori.
Prendiamo il caso delle privatizzazioni/nazionalizzazioni, rimbalzato prepotentemente alla ribalta dopo il tragico crollo del Ponte Morandi a Genova. Un Paese normale avrebbe esaminato il problema senza retropensieri e calcoli politici. Cosa è emerso dall’ecatombe genovese? È emerso che certe concessioni sono state elargite con preoccupante superficialità (eufemismo) e che al monopolista pubblico si è sostituito un monopolista privato. Una discussione senza furori ideologici (?) avrebbe dovuto prendere atto che in Italia si è privatizzato senza liberalizzare e che d’ora in poi si sarebbe dovuto invertire la rotta, ricorrendo a tutti gli strumenti di garanzia (autorità davvero indipendenti, limiti temporali più stringenti alle concessioni, rotazione degli affidamenti, distinzione dei ruoli di controllo) che avrebbero potuto scongiurare il rischio di nuovi disastri infrastrutturali.

Quanto alle privatizzazioni da fare come si deve, d’ora in poi ci si sarebbe dovuti ispirare alle esperienze di altri Paesi, che si sono affidati al sacro principio della concorrenza, che rappresenta l’essenza delle liberalizzazioni.
Invece niente. I difensori del concessionario privato si limitano a difenderne l’operato senza auspicare un cambio di linea e di responsabilità nella gestione di beni e servizi rilevati (sia pure a tempo determinato) dallo Stato. I nostalgici del «pubblico è bello», invece, smaniano per la voglia di resuscitare Stato padrone, che, in verità, non è mai deceduto, tutt’al più si è addormentato in qualche circostanza. Ma lo Stato padrone è quello che, nei decenni scorsi, era diventato la barzelletta d’Europa per i suoi sprechi e peccati babilonesi: se oggi il debito pubblico fa dell’Italia un Paese a sovranità limitata (come succede a tutti i debitori) gran parte delle colpe va assegnata allo Stato pigliatutto che agiva secondo criteri politico-elettorali, non già secondo valutazioni economico-razionali.

Comunque, l’annuncio sul ritorno delle nazionalizzazioni, come tutti gli annunci equipollenti, non è al riparo di gravi conseguenze, anche non supererà appunto la fase dell’enunciazione. Non è orfano di conseguenze perché gli investitori esteri potrebbero avere la conferma che il Belpaese vuole ritornare ai riti del passato e che non intende affrontare le riforme necessarie, anzi vorrebbe marciare in senso contrario. Così come non è privo di conseguenze, nonostante l’imbarazzo del ministro Giovanni Tria, il tam tam su reddito di cittadinanza e flat tax: ai possessori del debito pubblico italiano stanno cominciando, da un po’ di tempo, a tremare le ginocchia, segnale inequivocabile della predisposizione alla fuga in tempi brevi.

L’annunciomania, solo per chi vi ricorre, ha questo di positivo: tiene buoni gli elettori e i simpatizzanti, li coalizza attorno a un’idea. Ma il governo di un Paese è un’altra cosa. Deve tener conto dell’interesse generale, a cominciare dal popolo di risparmiatori e investitori, la cui disaffezione potrebbe generare più danni di una guerra militare perduta. In soldoni: l’annunciomania non giova all’interesse generale, e non giova neppure all’interesse particolare di quei risparmiatori-elettori sedotti dai campioni delle promesse continue: anche il loro portafogli personale non è al riparo dai colpi inintenzionali provocati dalla comunicazione a oltranza.

E così pure gli annunci sull’Europa, continente da mettere sottosopra. Non sono annunci indolori, tanto meno neutrali. Sono annunci che seminano inquietudine anche se vengono attutiti con riferimenti a piani B o a epiloghi non desiderati. Ma il fatto stesso che si ipotizzi una fuoriuscita dall’euro, fosse pure per contrastarla o esorcizzarla, può far da lievito alle pulsioni e alle autosuggestioni più radicali.

Insomma. Mettiamo un po’ di sabbia nei cannoni degli annunci. Primo, perché, nella migliore delle ipotesi, gli annunci servono a congelare o ad archiviare un problema. Secondo, perché, nella peggiore delle ipotesi, servono ad aggravare le questioni, perché disorientano quasi tutti.
A meno che di annuncio in annuncio non si voglia davvero la cosiddetta «tempesta perfetta». 

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