Domenica 24 Marzo 2019 | 12:19

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Contro la crisi, la meritocrazia

di Antonio Corvino
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La forbice tra ricchezza e povertà, o meglio tra ricchi e poveri si acuisce in tempi di crisi. Se poi, nel convincimento comune, la crisi trova origine nella corsa di speculatori e finanzieri privi di scrupoli, questa diventa l’occasione per rivendicare (quando non si manifestino deviazioni pericolose e patologiche) azioni correttive, fatte di tasse, una tantum ect. Queste ultime tuttavia finiscono per ricadere puntualmente sui produttori di ricchezza più che sugli speculatori e distruttori di essa. È peraltro fuori discussione che produzione e distribuzione del valore sono i binari lungo i quali si muove una economia di mercato.
L’equilibrio tra produzione e distribuzione della ricchezza è, dal canto suo, il presupposto su cui si regge il corretto dispiegarsi di una economia sana. La rottura di tale equilibrio è causa di ogni possibile rischio di processi disgregativi così come la ricomposizione dello stesso è un passaggio obbligato per restituire efficacia al mercato e stabilità al contesto sociale.
La crisi globale che stiamo vivendo e che è esplosa, dopo anni di incubazione, tra derive finanziarie, speculative, consumistiche individuali e collettive, vede proprio nella ridefinizione dei presupposti eticamente sostenibili e nel ritorno ad una normale redistribuzione della ricchezza il banco di prova più difficile ma anche più delicato. Storicamente lo Stato liberale si è incaricato di garantire il necessario livello di distribuzione della ricchezza ai fini del soddisfacimento dei bisogni e dei servizi insopprimibili, dalla scuola alla sanità ai trasporti, attraverso l’imposizione fiscale, basata sul criterio proporzionale (per cui il suo peso aumenta con l’aumentare del reddito dei cittadini).
Tuttavia esistono meccanismi di redistribuzione che vanno al di là dell’imposizione fiscale e che provocano talora arricchimenti e/o impoverimenti non solo personali ma anche collettivi e che determinano lo spostamento di consistenti quote di ricchezza da una classe sociale ad un’altra (ma anche da un paese sovrano all’altro). L’alta inflazione è uno dei fenomeni che altera in maniera devastante la distribuzione della ricchezza (potere di acquisto) individuale e collettiva, privilegiando fenomeni speculativi e penalizzando i percettori di reddito fisso.
Vi è ancora un’ulteriore forma di redistribuzione: quella legata agli effetti dell’indebitamento finanziario dei consumatori/risparmiatori alimentato da forme e meccanismi fortemente speculativi ed ad alto rischio. E’ il caso attuale. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti. Ai rendimenti eccezionali e alle illusioni di breve periodo (di cui hanno potuto beneficiare consumatori con un tenore di vita al di sopra delle proprie possibilità e gestori dei network con rendimenti esasperati) hanno fatto riscontro devastanti crack che hanno determinato un grave impoverimento dei consumatori/risparmiatori ma anche la crisi di interi paesi e continenti.
Gli arricchimenti speculativi individuali, assolutamente sproporzionati e, addirittura, improponibili se riferiti ai risultati di medio – lungo periodo prodottisi sull’economia mondiale oltre che dei singoli paesi, sono la testimonianza del cortocircuito provocato nel sistema economico dalla grave discrasia tra produzione e distribuzione della ricchezza. È pertanto indispensabile che il mercato torni a funzionare, non solo sul piano del ripristino dei meccanismi produttivi, ma anche e soprattutto sul piano del ripristino dei meccanismi distributivi.
Come?
Certamente evitando tentazioni qualunquistiche di guerre fiscali contro i «ricchi» e puntando con decisione a rimettere al centro l’economia reale riequilibrando il ruolo di manager e di quanti sono chiamati a definire le scelte strategiche delle compagnie sia nella finanza che nella economia reale. Di conseguenza dovranno essere privilegiati, nello sviluppo aziendale ma anche delle carriere individuali, obiettivi e rendimenti proiettati nel medio – lungo periodo protesi a supportare costruzioni e progetti solidi e di valenza certificabile nel tempo in luogo della assunzione di obiettivi di breve, se non di immediato respiro, certamente atti a massimizzare i risultati (utile, profitto, rendimento, premi ect.) ma destinati a scaricare sul futuro disfunzioni, rischi e deviazioni patologiche.
Tutto questo implica un’azione forte dello Stato e della società tesa a promuovere la meritocrazia rispetto all’appartenenza e alle cooptazioni attraverso la definizione di regole e strumenti in grado di orientare uno sviluppo solido e ordinato del mercato.
Un mercato che funzioni, con delle regole chiare ed efficaci, resta infatti l’antidoto unico non solo contro rischi di implosione/esplosione del sistema, ma anche contro derive moralistiche e tentazioni etiche. Queste ultime, prendendo le mosse da devastanti conseguenze di cortocircuiti tra produzione e distribuzione nonché tra finanza ed economia reale, porterebbero verso soluzioni qualunquistiche o derive stataliste assai pericolose.
Una società attenta e vigile dove la meritocrazia rappresenti l’ascensore per la mobilità verticale degli individui e delle classi sociali e dove il senso civico, la responsabilità e il rispetto per l’altro e gli altri, rappresentino i veicoli per l’integrazione e lo sviluppo orizzontale che includa e non escluda e dove lo Stato garantisca le regole e gli strumenti per l’efficacia del funzionamento del sistema, non ha bisogno di scorciatoie tortuose (super tasse ect.) o peggio pericolose (sequestri di manager o assalti ad aziende) per assicurare il necessario equilibrio tra produzione e distribuzione della ricchezza.

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