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L'analisi

Le verità e i moniti della tragedia del ponte

Boccia

La tragedia di Genova rappresenta un segno straordinario del nostro tempo. Un ponte che crolla non è solo un’opera pubblica che cede senza la giusta e doverosa manutenzione

20 Agosto 2018

Francesco Giorgino

L’interpretazione si unisce (ma non si sostituisce) al dolore, alla rabbia e all’incredulità collettiva. La riflessione si fa largo nel groviglio di cemento armato e ferro che dal ventre molle del Polcevera fuoriesce imponente con l’aria di chi vuole fare a cazzotti con la coscienza di tutti. La tragedia di Genova rappresenta un segno straordinario del nostro tempo. Un ponte che crolla non è solo un’opera pubblica che cede senza la giusta e doverosa manutenzione. È una metafora della precarietà, dello sgretolamento dell’affannosa ricerca di comunità che, unitamente al primato dell’esperienza individuale e al restringimento dell’orizzonte temporale, rappresenta uno dei tratti distintivi della tardo-modernità. La società individualizzata ci unisce nella diffidenza, ma non nella differenza. Alla bulimia di stimoli di conoscenza fa da contraltare una preoccupante anoressia del senso comunitario. Dalle macerie del ponte Morandi si levano messaggi significativi per la società, per l’economia e naturalmente per la politica. Messaggi che vanno recepiti, decodificati, approfonditi con chiavi interpretative multidisciplinari poiché assumono le sembianze di moniti severi. E persino di verità.

Cominciamo con gli elementi più rilevanti a livello sociologico. Ha ragione Veneziani quando sostiene che la tragedia ligure (che è e resterà per sempre una tragedia anche italiana, europea ed internazionale) ha reso ancor più evidente la rottura del patto sociale, ingigantendo la percezione della distanza esistente fra classe dirigente e cittadini. Nell’epoca della Rete e delle reti si è assistito alla liquefazione di molti legami sociali, grazie ai quali erano state edificate culture, espressioni identitarie, visioni e strategie capaci di rendere il tempo un «fiume» e non un «insieme di pozzanghere», per dirla con Bauman. Frammentazione, contrapposizioni esasperate, difficoltà a individuare e cristallizzare l’interesse collettivo, antropologie materialiste e forme farneticanti di dissocietà (che è il contrario della società) hanno prevalso sul resto. E ci hanno indotto a considerare la modernità come un disagio, abituandoci a convivere tutti i giorni con la dimensione del rischio e della paura, come sostiene il sociologo Ulrich Beck.

Veniamo ora al monito all’economia e alla finanza. Ben venga l’appello all’unità fatto dal presidente di Confindustria Boccia e pubblicato sul Sole 24 Ore di sabato. L’unità presuppone la disponibilità a rimediare agli errori commessi, inseguendo l’esigenza di una sorta di ravvedimento operoso collettivo. Ciò vale per Atlantia-Società Autostrade per l’Italia, a cui spetta almeno il compito di risarcire le vittime, rimuovere le macerie e ricostruire il ponte, ma anche per l’intero sistema produttivo. Il paradigma della responsabilità sociale dell’impresa prevede che essa non pensi solo al profitto, ma che si attrezzi per assolvere alla sua funzione di attore intelligente e lungimirante delle dinamiche macro e micro sociali. Il vincolo etico all’economia e alla finanza non sempre ha trovato adeguata concretizzazione. La responsività verso gli stakeholder talvolta è apparsa uno slogan, più che una bussola da seguire per orientare le decisioni aziendali in direzione della creazione di un reale valore condiviso. È limitante e pericoloso ragionare solo in termini di sostenibilità economica. Occorre porre al centro dell’attenzione anche la sostenibilità ambientale e sociale.

L’umanità continua ad agire da predatore dell’ambiente. Lo fa nel convincimento errato che possa controllare la natura. Il biologo Stoermer, già negli anni Ottanta, diede a questa prospettiva il nome di Antropocene: una nuova e pericolosa era geologica. Un ecosistema in cui l’uomo finalmente è costretto a prendere atto che è solo una delle componenti del tutto e neanche la più forte. La chiave di lettura da rivalutare è, perciò, quella della responsabilità. Parola che nell’accezione weberiana coincide con la consapevolezza delle conseguenze del proprio agire: calcolare attentamente cosa può succedere per sé e per gli altri comportandosi in un modo piuttosto che in un altro. Vale per la società nel suo complesso, ma soprattutto per l’economia e la politica.

Venendo, infatti, al terzo e ultimo monito, è importante dividere fra decisioni da assumere a breve termine e decisioni da assumere, invece, a medio e lungo termine. Quanto alle prime, il Governo deve spiegare se e come intende revocare la concessione ad Atlantia-Società Autostrade per l’Italia e come intensificare la vigilanza sulle infrastrutture più a rischio per evitare che ci siano altri crolli devastanti, altre morti, altri senza tetto, altri danni. Non dimentichiamoci che l’Italia è l’unico Paese industrializzato in cui negli ultimi 10 anni sono crollati altrettanti viadotti. Deve, altresì, nominare un commissario straordinario per la ricostruzione. Quella del governatore della Liguria Toti è una buona carta da giocare per competenza territoriale, capacità ed equilibrio. Sarebbe anche un segnale importante da dare in direzione dell’unità del Paese: è vero che egli rappresenta la parte di Forza Italia più dialogante con Salvini, ma altrettanto lo è il fatto che appartiene a un partito all’opposizione a livello nazionale.

Quanto alle decisioni a medio e lungo termine, si tratta di capire quale strada la maggioranza pentaleghista intende percorrere relativamente al tema delle Grandi Opere. Occorre decidere senza zone nebulose, senza rinnegamenti e tentennamenti, senza contraddizioni, passi in avanti, indietro o di lato. C’è anche da chiedersi cosa sia più conveniente per i cittadini. Prima della privatizzazione, agli inizi del nuovo millennio cioè, lo Stato aveva la proprietà, la gestione ed il controllo della rete autostradale. Dopo la privatizzazione, invece, lo Stato ha perso la gestione, ma (almeno formalmente) non il controllo. Una soluzione interessante è quella avanzata dall’economista della Luiss Michele Costabile: rivedere la governance delle aziende di servizio pubblico e di tutti i beni d’interesse collettivo, lasciando la gestione ai privati, ma mantenendo nelle mani pubbliche, anche con un’Autorithy indipendente, il controllo sulla sicurezza e la decisione sugli investimenti.

Al di là dell’esigenza di rassicurare gli italiani, ancora sotto choc, la questione è, dunque, quella del modello da seguire. Privato o pubblico? Stato regolatore o Stato imprenditore? Comunicazione o deliberazione? Provvedimento estemporaneo o riforma di sistema? Se la politica fugge dalla scelta, viene meno al suo dovere. E poco importa se il contesto sia ormai quello della democrazia ibrida che, come sostiene il politologo Diamanti, non è più solo rappresentativa, ma neanche diretta.
Al presente si può guardare o come a una buona occasione per coniugare passato e futuro o come luogo in cui vivere sospesi. Dipende solo da noi.

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