Martedì 16 Ottobre 2018 | 08:18

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Dalla goliardia alle «goliardate»

Michele Mirabella

Michele Mirabella

Per inclinazione di carattere sono portato a rilevare negli eventi sociali e di costume, ma stavo per scrivere eventi storici, gli aspetti minimi, il fondale scenico, la congerie pulviscolare dei particolari che disegnano i fatti con altrettanta efficacia descrittiva del nerbo delle cose decisive. Indago e scruto le pieghe dei sorrisi, le smorfie dei protagonisti, il colore di un’uniforme, il nitrito muto dei cavalli statuari, il decolleté delle signore, l’indugio descrittivo dello storiografo sono importanti, per me, al pari del discorso protocollare, del conflitto marmoreo, del dramma monumentale. La Storia non si scrive solo con gli eventi allestiti nelle Cancellerie o nelle regie dimore, nei padiglioni castrensi o negli uffici degli stati maggiori.

Con toghe e pennacchi, feluche e doppiopetti. Non mi interessano le date e il resoconto freddo delle cronache, voglio contemplare la vita che è stata. E tentare di comprenderla: per questo mi interessa anche una mappina,  come diciamo a Bari, o il parere della lavandaia, come avverte Brecht nel suo Galileo. Lo storiografo, oggi, si affanna intorno alla vita quotidiana e la investiga con passione, rovista nella borsa della spesa e nella cartella dello scolaro e, se Napoleone avvertiva che nello zaino di ogni fantaccino poteva esserci il bastone da maresciallo, è vero anche che in quello zaino aveva da starci anche pane, qualche cipolla e la razione di acquavite. E aveva ragione il  Saitta che ci accudiva coi suoi testi per il liceo ammonendoci con la certezza che in quello zaino abbiano viaggiato per tutta l’Europa anche gli ideali della Rivoluzione francese.

Cipolle e Giacobini, insomma. E nella vasca di Marat, mi domandavo curioso, di che cosa profumavano l’acqua e il sapone che Carlotta Corday si ingegnò di arrossare col sangue di quell’irriducibile? E Garibaldi? È vero che aveva i reumatismi? Avranno interferito con le sue decisioni? A giudicare dalle lapidi e dalla toponomastica, ha dormito o mangiato dovunque in Italia e non sarà difficile trovare un memoriale, un diario, uno scartafaccio che riporti il minuscolo frammento clinico dell’Eroe: magari solo una ricetta del cerusico per il farmacista. Ambedue liberali com’era ovvio ai tempi. 

E le emorroidi di Napoleone hanno davvero impedito le manovre dell’armée a Waterloo? Pare che ai Francesi, mancarono per vincere, il bombardamento delle artiglierie e i volteggi della Guardia non sollecitati dall’imperatore, impedito nel raggiungerli tempestivamente, visto che si muoveva in carrozza e non a cavallo come era uso fare. Alle volte un particolare mestamente infimo pregiudica un catastrofico progetto dell’uomo. Catastrofico nel senso greco di scena finale.

Se per il passato la mia curiosità si ombreggia di fascino investigativo e di gusto antiquario, per il presente, mi prende una piccola mania archivistica che, evidentemente, mi intriga, ma intende, anche, agevolare lo studio di chi verrà. 
E le parole, il linguaggio, la lingua e la comunicazione, in genere andrebbero studiati come epifenomeni utili a spiegare movenze politiche, aspetti sociali ingenti, più di altre circostanze della vita quotidiana.

Questa premessa potrà sembrare pretestuosa vista l’esilità degli eventi che motivano il ragionamento. Ma cominciamo dalla parola, una semplice parola neanche tanto elegante e, se posso dire, piuttosto brutta perché frutto di una storpiatura gergale di un lemma stagionato e fascinoso nella sua semantica. Ovvero nella «storia del suo significato». Questo vuol dire semantica e non altro. Prezioso strumento per lo storico.

La parola è «goliardia». La derivazione storpia di cui mi occupo è goliardata. Orribile è sbagliata. Perfino il computer la segna di rosso come errore. Eppure innumerevoli titoli e articoli di giornali, in questi giorni l’hanno usata. E fin qui, poco male: è l’ennesimo idiotismo che funesta la lingua nostra. Il fatto è che la citazione della goliardia per attenuare la violenza di certi eventi è storicamente e culturalmente sbagliata.

«Gaudeamus igitur, juvenes dum sumus!» Hanno cantato per secoli gli studenti, i goliardi, appunto, che studiavano, ma tentavano anche di non dimenticare di essere giovani e di aver diritto a qualche gioia e alla Letizia effimera e, per questo irrinunciabile, dei loro anni di apprendistato alla vita. Sì, erano i rampolli della classi dirigenti, in grado di raggranellare qualche scudo per le bevute e, ingordi di amore e vagabondaggi, trovavano il tempo per la giovialità del prendere in giro il mondo e il conformismo indispensabile delle classi dirigenti, prima di entrare a farne parte.

Eredi dei «Clerici vagantes» medievali stazionano nella memoria storica come un fenomeno affascinante e cordiale che produsse anche qualche traccia non spregevole di letteratura e musica nelle fatiche artistiche di quelli che dipingendo, scrivendo, musicando tentavano di evitare i pignoramenti, più che di passare alla Storia. Basti pensare alla Bohème. Risalendo nella memoria si può anche iscrivere come «matricola». Alla facoltà di lettere Cecco Angiolieri, nel cui «papiro» ancora si legge: «Si fossi fuoco, arderei lo mondo…» eccetera.

Era il «papiro» una burla goliardica: uno scritto che faceva il verso alle pergamene notarili, agli sproloqui degli azzeccagarbugli e dei protocolli di «Pantalon dei bisognosi» e arzigogoli parascientifici Dottori Balanzone antivaccinazioni. Tutto un gran teatro. Una festa annuale «della matricola» chiudeva le burle con bevute e balli. Tutto innocente e «giovane». Con qualche veniale eccesso, proprio per qualche veniale eccesso.

Cosa c’entrano con tutto questo gli atti di teppismo, la delinquenza spicciola, la violenza stupida e cupa di certi giovinastri che, per sottrarsi vilmente alla giustizia, chiamano «goliardate» le loro vigliaccate schifose ai danni di innocenti. Sono delinquenti. Se per divertirsi devono picchiare, molestare, ferire, rischiare di uccidere, non sono neanche giovani, sono tristi raschiamenti del fondo del barile di una società che comincia a ritenere lo studio una perdita di tempo. La semantica lo prova e dimostra.

Michele Mirabella

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