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In Puglia e Basilicata

La riflessione

La sensazione del naufragio e il salvagente della speranza

innovazione economia digitale

«Mi sembra evidente che per poter migliorare il mondo sarebbe necessario intervenire immediatamente sui più giovani con una decisa educazione riguardo i doveri»

06 Agosto 2018

Gianfranco Dioguardi

l grande scrittore si sofferma poi sul silente rapporto che ciascuno di noi intrattiene con la propria ombra: "Non esiste nulla di più silenzioso dell'ombra: la gente se la porta docile tra i piedi e la calpesta senza che protesti; l'ombra sottolinea il portamento e i gesti delle persone, con esagerazioni talvolta tendenziose, caricaturali ma prevalentemente riduttive, con il sottinteso costante che tacendo si può dire tutto quello che si è, molto meglio che con le parole, e senza lasciar traccia."


Progetto - La lettura di quel testo mi induce a una sorta di «monodialogo» con la mia ombra: medito sul fatto che la vita è in gran parte già trascorsa e con essa la speranza di poter realizzare concretamente un progetto che ne giustifichi l'esistenza. Il possibile sfugge sempre più rapidamente sopraffatto com'è dal reale, e ti accorgi che neppure quella che chiami «realtà» t'appartiene essendo diversa da come l'avresti voluta, ed ecco che t’assilla un senso di angoscia per tutto ciò che non hai fatto pur volendolo fare. Mi ritrovo a pensare che il mondo procede sospinto da eventi ai quali ciascuno di noi concorre e tuttavia, nel loro insieme, questi eventi imprimono andamenti indipendenti dalla nostra volontà. Così, la storia del mondo mi pare esprimere un'interdipendenza superiore, che sembra svincolata dalle azioni dei singoli. Forse è questa la Provvidenza dei credenti, o il telaio del Faust di Goethe, metaforico strumento capace di legare mille fili; questa, forse, è la mano invisibile invocata da Adam Smith per regolare l'apparente confusione dei mercati. O forse è soltanto il caso che si traveste da fortuna o da sventura quando trascina gli eventi verso un disordine che tende a diventare quell’universale eguaglianza simbolo di morte assoluta che la legge dell'entropia definisce semplicemente come «morte termodinamica».
Così, la complessità che viviamo e che ci sembra generata dalle troppe incalzanti, turbolente innovazioni informatiche e digitali, forse è soltanto un effetto della storia del mondo che rende la vita troppo breve perché noi si possa concludere qualcosa di serio – ma ecco subito affiorare il dubbio esistenziale, cioè che la nostra vita si protragga invece troppo, al punto da favorire proprio la crescente complessità. Mi sembra evidente che per poter migliorare il mondo sarebbe necessario intervenire immediatamente sui più giovani con una decisa educazione riguardo i doveri, così che diventino attitudine al miglioramento e al rispetto di ciò che sarà loro affidato. Ma quando ti soffermi su queste considerazioni ti rendi anche conto che il problema non interessa. Anzi, ogni costruttiva proposta suscita immancabilmente malsani pregiudizi, quasi che si desideri evitare che le nuove generazioni, ben educate, possano poi concretamente testimoniare l'insufficienza di chi le ha precedute.
Ti tornano in mente le presunzioni delle intellighenzie culturali e di tutti coloro che detengono il potere, capaci quasi soltanto di intese autoreferenziali, forti della tracotante certezza di aver tutto capito. Ripensi ai vacui, spesso arroganti intellettualismi dei meridionalisti abituati più a parlare che a fare, personaggi che continuano a bollare il Mezzogiorno come una «riserva indiana» a cui dare artificiosa assistenza promuovendo così la sua sempre più inquietante disaffezione verso il lavoro produttivo.
Penso ai protagonisti delegati a guidare il "sistema paese» - ben più complesso del «sistema impresa» - e amaramente considero che, a parte qualche rara eccezione, nessuno affiderebbe la gestione della propria impresa a un uomo politico. Ed ecco che ti balena l'idea di come il vivere nel grande mare dell'esistenza renda inefficace la tua azione, spesso anche nei confronti di te stesso e sei sommerso allora da una sensazione di naufragio. Tuttavia, senti lo spirito ribellarsi contro il senso di impotenza che ti sta aggredendo e ti chiedi se l'ottimismo debba essere inteso soltanto come un gioco dell'imprevedibile, così come lo descriveva Johan Huizinga introducendo, nel 1937, l'edizione italiana di La crisi della civiltà: "[...] come potete affermare di essere un ottimista, quando offrite un così lugubre quadro dell'oggi e un più lugubre presagio dell'avvenire? "Ecco la risposta: io non chiamo ottimista l'uomo che prende alla leggera i pericoli gravi, dicendo: tutto finirà bene, ma bensì colui il quale, valutando in tutta la sua portata la minaccia del tracollo incombente, tuttavia tiene alta la speranza, anche quando nessuna via d'uscita sembra presentarsi. La speranza può solo essere fondata sull'improbabile. Quella che parte dall'osservazione esatta di fatti patenti non è speranza, ma calcolo. Gli individui e le nazioni, nello stato presente del mondo, abbisognano soprattutto di valore e di fiducia che, insieme, vogliono dire ottimismo se vogliamo salvare la civiltà dalla rovina minacciante." Drammaticamente ti chiedi, trascorsa l’estate, dove si potrà attingere alla consolazione che anche D'Annunzio invocava per i suoi pastori nel duro percorso autunnale: "che sapore di acqua natia rimanga nei cuori esuli a conforto, che lungo illuda la lor sete in via".
"Dimanche après la guerre" è il titolo vagamente nostalgico di un libro di piccoli saggi pubblicato in Francia da Stock Chêne nel 1955 e poi nel 1977. È di Henry Miller, uno degli autori più inquietanti del Novecento, il quale ci affida un suo straordinario pensiero che sollecita a non assopire tutto ciò che di propositivo e buono vive con noi:"Ogni giorno in cui manchiamo di vivere al massimo del nostro potenziale, noi uccidiamo gli Shakespeare, i Dante, gli Omero, i Cristo che sono in noi. Ogni giorno che trascorriamo imbrigliati alla donna che più non amiamo, uccidiamo in noi la forza di amare e di avere la donna che meritiamo. L'epoca in cui viviamo è quella che meritiamo: siamo noi a farla - soltanto noi, e non Dio, non il capitalismo, o questo o quello, poco importa il nome. Il male è in noi, il bene anche".


Responsabilità - L’inquietudine esistenziale di Miller ripropone la speranza nella responsabilità personale dell’individuo – ovvero di quel L’uomo in rivolta alla ricerca di improbabili certezze, come lo interpretava Albert Camus rivisitando Il mito di Sisifo, eroe cosciente della propria pena nell’inutile “lotta verso la cima” dalla quale sarà costantemente respinto così da dover sempre ricominciare il faticoso tragitto – ma alla fine anche il pessimismo di Camus deve cedere alla speranza: “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”.

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