Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:13

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Marchionne fa il marchio l’America scopre l’Italia

di Giuseppe De Tomaso
L’America è unica perché è più imprevedibile di un Superenalotto. Mezzo secolo fa nessuno azzardava che un cattolico sarebbe approdato alla Casa Bianca: John Kennedy (1917-1963) s’incaricò di smentire l’opinione comune. Trent’anni addietro nessuno osava ipotizzare l’exploit presidenziale di un ex attore: Ronald Reagan (1911-2004) provvide a sorprendere amici e avversari. Dieci anni fa, nessuno o quasi pronosticava l’arrivo di un nero al Dipartimento di Stato: ma Colin Powell, originario del Bronx, conquistò la poltrona che fu di Henry Kissinger. E dopo di lui fu il turno, alla guida della politica estera Usa, di un altro super-calibro di colore, stavolta donna: Condoleezza Rice. Con l’incoronazione di Barack Obama, primo presidente nero degli States,  pareva che l’elenco dei colpi di scena fosse al completo. Ma l’America non sarebbe l’America se non partorisse più sorprese di un Gran Premio sotto il diluvio. L’ultima, in ordine di tempo, era più inimmaginabile del solleone al Polo Nord. Non solo l’establishment politico-finanziario Usa ha chiamato la Fiat - un marchio che pochi anni fa era considerato più spacciato della Reggina nel campionato dell’automobile - per salvare la celebratissima Chrysler dal disastro. Ma l’altro ieri Obama ha fatto qualcosa di più: designare Sergio Marchionne, amministratore delegato e salvatore della casa torinese, al vertice dell’ex colosso di Detroit. Fantaeconomia solo due giorni prima.
Molti osservatori avranno da ridire sul protagonismo industrial-finanziario di Obama. Che c’entra lui con le cariche di una società per azioni? Già, che c’entra? Ma tutto il mondo è paese. Chi mette a disposizione il proprio ossigeno (soldi) per rianimare un paziente più-di-là-che-di-qua ha tutto il diritto di dire la sua sulla squadra che dovrà amministrare il suo denaro. Accade anche nella patria del liberismo. Se un governo sgancia i denari del contribuente per risollevare un’azienda in coma, nessuno può pretendere che la politica mantenga la bocca chiusa sulla governance  che dovrà cimentarsi con il miracolo della resurrezione. Ovvio che debba andare in questo modo, non soltanto in Italia. E così il presidentissimo Usa ha fatto nome e cognome: per la Chrysler ci vuole Sergio Marchionne, il mago della Fiat. Uno schiaffo al management Usa. Un’apertura di credito alle intelligenze di una nazione, l’Italia, spesso dipinta più come terra delle vacanze che come serra del capitalismo innovativo. Qualcuno potrà ravvisare nella nomination di Marchionne da parte di Obama una sorta di rivincita sulla storia: ora è l’America che scopre l’Italia. Ma non è questo il punto. Quando un manager  viene etichettato come salvatore della Patria dall’uomo più potente del pianeta, vuol dire che egli ha seminato bene e che la globalizzazione dei cervelli, a dispetto di tutti i tentativi tesi a ripristinare il protezionismo delle merci, costituisce la principale polizza assicurativa contro i pericoli di autarchia e di chiusura nell’orto di casa. Il gruppo Fiat, o meglio il design automobilistico italiano, non è nuovo a prestazioni straordinarie nella Confederazione di Zio Sam. Colà, la Ferrari è la Ferrari. Ha sedotto e continua a sedurre i ricconi di Beverly Hills più di cento dee della vicina Hollywood. Il Duetto Alfa Romeo di Dustin Hoffman nel film «Il Laureato» (1967) rimane un’icona immortale, il mito di una generazione trasferito a figli e nipoti. La stessa promessa di matrimonio, una decina di anni fa, tra General Motors e Fiat, promessa successivamente rimangiata a suon di dollari dal gruppo Usa, nasceva dal proposito (americano) di giovarsi dei motori diesel di Torino, notoriamente più avanzati rispetto al resto della concorrenza, dal momento che - per rendere l’idea -  il common rail  (che 20 anni fa rappresentò una sorta di rivoluzione copernicana nei propulsori a gasolio) porta la firma di Mario Ricco, fisico barese, in forze nella squadra degli Agnelli e dei Romiti. Insomma. Il leggendario Henry Ford (1863-1947), fondatore delle quattro ruote Usa, confessava di togliersi il cappello tutte le volte che vedeva passare un’Alfa Romeo, brand che, non a caso, gli eredi Ford cercarono di soffiare alla Fiat in un testa a testa degno di Arnoux-Villeneuve, artefici del duello forse più avvincente nella storia delle corse su pista. Ma finora erano il design e lo stile italiano a stregare, oltre oceano, gli industriali dell’auto meno raffinati. Adesso, invece, è la tecnostruttura italiana - quella che ha sostenuto vetture belle, ecologiche e risparmiose -, l’ultima chance di un modello d’impresa automobilistica tuttora fondato sulle grosse cilindrate, cioè sui consumi a go-go, anziché sulle piccole cilindrate (Panda, Punto, «500») e sui contenimenti degli sprechi. Battuta (mica tanto): la Chrysler e l’America dell’auto non devono rifarsi il marchio, devono solo sposare il Marchionne. Se è rinata la Fiat, possono rinascere anche loro.

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