Martedì 26 Marzo 2019 | 03:33

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Una condotta politica praticamente secessionista

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Santoro, chi l’ama, chi lo detesta. Ma resta là. Finché non lo cacciano. Poi ritorna. Poi lo ributtano giù. E intanto se lo tengono. Questa la storia di un giornalista a vocazione predicatoria che ha lasciato la politica da peones per continuarla con altri mezzi: quelli della Rai. Cioè nostri. Santoro è lo specchio di una Rai in balia dei venti oscillanti della politica. Specchio rotto di una Italia in altalena. Dove si galleggia seraficamente nell’equilibrio del pendolo. Dove tutto si muove restando immobile, secondo la legge del Gattopardo.
Non lo amo, non lo detesto, ma lo vedo. Non è quello il metodo che fa per me. Ho altra idea del mestiere, del dibattito, del confronto. Aborro i comizi in tv, i comizianti, i gridanti. Ma in una televisione di lecchini e tribolanti dediti alla carriera, di tremolanti cacasotto ad ogni crocevia di nomine e promozioni, anche uno sfasciacarrozze è sempre più rispettabile di un lustrascarpe.
Questa volta il bersaglio non era una trasmissione particolarmente più eccitata delle altre. In fondo cercava di documentare, attraverso i soliti reportages, l’appello che il presidente Napolitano aveva già lanciato seccamente pochi giorni prima all’Aquila: fuori i responsabili! 
Perché questo è il quadro inquietante che va emergendo, appena calato il frastuono e il dolore. Ossia l’ennesima scoperta dello sfascio della pubblica amministrazione ad ogni grado e livello, l’irresponsabilità trionfante secondo la regola più infame, quella del profitto.
Perché allora tanto accanimento su Annozero? E sul vignettista Vauro? Semplicemente perché facevano i guastafeste. Perché appannavano l’aureola di grande condottiero che ormai cingeva il capo del nostro premier (al quale va riconosciuta la più appassionata dedizione nei giorni cruciali della tragedia umana). Tanto da poter anche far a meno di rimarcarla staccandosi vistosamente, coma ha fatto, dalla schiera delle autorità per andare a mettersi tra la folla durante la solenne celebrazione del rito pasquale. Ma l’uomo è fatto così. E alla moltitudine piace così. Il suo conio è perfettamente in asse con chi copiosamente lo vota.
Siamo italiani. Eroici nei momenti eccezionali. Altruisti e coraggiosi nei momenti più difficili. Ci buttiamo a capofitto a salvare la casa che brucia, fosse anche quella del nemico. Geniali nell’arte di arrangiarsi. Magari eludendo le strettoie noiose delle regole. E se fossimo altrettanto bravi nella normalità saremmo il popolo più virtuoso del pianeta. Se fossimo così bravi nel pagare le tasse, rispettare l’ambiente, i capitolati d’appalto, la qualità del cemento e dei tondini di ferro saremmo un paese normale. Ma normalità è parola che coincide con legalità (che è norma). E qui non ci siamo. Un paese normale, segnatamente a rischio sismico, investe nella prevenzione. Ma la prevenzione – ha ragione Bertolaso – non frutta voti, non fa vincere le elezioni.
Normalità è una parola aliena in un paese dai processi eterni e dalle scarcerazioni facili. In un paese normale la satira è il sale della democrazia. E senza libertà non c’è satira. Quel vignettista non mi piace. Ma dispiace soprattutto ai potenti di turno. E poi non dimentichiamo: non è normale un paese cosparso di mafie che sistematicamente lucrano sui pubblici appalti e sui terremoti. Siamo l’unico paese dell’Europa civile dove cresce un divario abissale tra Nord e Sud, mai così separati e distanti come oggi.
A ben guardare, ciò che divide le forze politiche non è tanto l’ideologia o il programma, quanto la disattenzione più o meno cinica verso questo Sud che ogni volta riscopriamo inutilmente nei terremoti, nelle frane, nei disastri ambientali. Lo scopre (tardi) anche la lega siciliana di Lombardo, che ora pare dissociarsi dall’abbraccio maggioritario in cui detta legge la linea nordista di Bossi, fino a imporre la logica dello spreco contro l’election day, grazie a una condotta politica oggettivamente secessionista. Fini tenta invano di arginarla. L’opposizione arranca in un mare di contraddizioni. Ci sveglieremo tardi quando il referendum avrà consegnato l’Italia a un partito pigliatutto, con la testa già rivolta al Quirinale.

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