Martedì 26 Marzo 2019 | 10:55

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Il secondo «regalo» del cavaliere al senatùr

di Giuseppe De Tomaso
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Umberto Bossi deve fare un monumento a Silvio Berlusconi. Infatti, è la seconda volta, nel giro di 10 anni, che il Cavaliere «grazia» la Lega rinunciando all’opportunità di trasformare l’Italia da Paese bipolare in Paese bipartitico. Il 21 maggio 1999 gli italiani furono convocati alle urne per pronunciarsi sulla richiesta di Mariotto Segni di eliminare quel 25 per cento di quota proporzionale che rendeva spurio, incompleto e imperfetto l’allora sistema elettorale, da tutti denominato Mattarellum. Obiettivo di Segni era l’avvento, anche in Italia, del modello anglosassone, fondato sui collegi uninominali e sulla ripartizione maggioritaria secca dei seggi. Se il referendum avesse superato il quorum (50%) di affluenza, nell’Italia dell’aut aut, che sarebbe scaturita dall’esito del voto, non ci sarebbe stato spazio per le forze minori, nemmeno per quelle che, pur non essendo ininfluenti (vedi la Lega) tuttavia non mietevano e non mietono consensi sull’intero territorio nazionale.
Anche la soluzione bavarese (in Germania un forte partito regionale come la Csu è storicamente alleato con il superpartito della Cdu) si sarebbe rivelata assai complicata per Bossi, il cui potere contrattuale sarebbe risultato inferiore alla moral suasion di un venditore di ghiaccio tra gli orsi bianchi del Polo Nord.
Invece, dieci anni fa, invitando i suoi a disertare le urne, Berlusconi risparmiò al Senatùr la scomparsa dal proscenio politico che conta. Il che facilitò la ripresa dei rapporti tra i due leader, dopo le burrascose litigate che anticiparono e affiancarono nel 1994 la caduta del primo governo di centrodestra. Adesso, il Cavaliere, bocciando l’accorpamento tra europee del 6-7 giugno e referendum per il bipartitismo, ha (ri)fatto a Bossi un regalo più sontuoso di una reggia a Porto Rotondo. Non solo la Lega sfuggirà alle forche caudine di scegliere un’alleanza a tutti i costi, pena l’avvio verso una condizione di pura testimonianza. Ma, quasi certamente, avrà modo di affilare le armi in vista delle regionali 2010, evento cui Bossi vorrà partecipare, almeno, con un paio di candidati «padani» alla guida di Regioni del Nord.
Berlusconi ha motivato il no all’election day  sostenendo che, in tal caso, Umberto B. avrebbe aperto la crisi di governo, un lusso che l’Italia del momento non potrebbe consentirsi per nessuna ragione al mondo. Può essere. Ma non sarebbe stato semplice per il comandante leghista spiegare agli elettori i 400 milioni in più stanziati per dis-accorpare il referendum, non foss’altro perché parecchi, tra quegli elettori, sarebbero stati chiamati a dare forma di euro ai programmi di solidarietà per le popolazioni abruzzesi devastate dal terremoto. Si è letto che Bossi avrebbe potuto vendicarsi - se il premier avesse prestato ascolto a Gianfranco Fini, il tifoso più illustre dell’election day   -, ordinando ai suoi luogotenenti padani di aprire la crisi nelle amministrazioni del Nord guidate dal Pdl. Sì, ma poteva, anche, accadere il contrario. Cioè Berlusconi avrebbe potuto restituire pan per focaccia, intimando ai suoi di togliere l’appoggio a tutte le giunte dirette dal Carroccio. Insomma, la minaccia di Bossi di azzoppare il governo aveva tutta l’aria di essere accompagnata da una pistola ad acqua.
Ma siccome il Cavaliere non è, come invece scrivono alcuni suoi biografi, un incrocio tra Charles De Gaulle (1890-1970) e Ronald Reagan (1911-2004), due soggetti cazzutissimi che giammai arretravano di fronte alla prospettiva di alzare politicamente le mani, anzi il Cav. è un piacione per scelta e vocazione, da Palazzo Chigi non è arrivato alcun altolà alla pretesa di Bossi di scongiurare il «pericolo» insito nell’abbinamento tra europee e referendum. Risultato: il presidente del Consiglio ha evitato un problema, ma ha consentito all’alleato leghista di riprendere a tessere la sua tela, fatta ora di lusinghe ora di ricatti, ma sempre con l’obiettivo di rafforzare il radicamento delle camicie verdi sul territorio centro-settentrionale, anche a costo di rimettere il turbo alla spesa pubblica degli enti locali.
Un paradosso inimmaginabile, considerando che la Lega aveva fatto fortuna cavalcando la protesta fiscale e la necessità di snellire gli apparati di Stato. Oggi, invece, le parole d’ordine della Lega delle origini sembrano più antiquate di un comò dell’Ottocento.
Ok. Fino a quando riuscirà a nascondere l’equivoco leghista (partito statalista che passa per liberista), Bossi continuerà a raccogliere voti e a imporre ultimatum. Ma quando il gioco verrà scoperto (dagli elettori), probabilmente la festa finirà. Nel frattempo Berlusconi continuerà a mordersi le mani per aver perso la sua seconda occasione di dare uno stop al Senatùr, il quale insisterà per riforme sempre più ambiziose e costose, senza concedere nulla in cambio: neppure la chiusura di un bugigattolo pubblico in un  paesino del Varesotto. Figuriamoci l’eliminazione di Province, Comunità montane e altre amenità più inutili di un secchio d’acqua nell’oceano.

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