Martedì 26 Marzo 2019 | 23:29

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A Cerignola cent’anni dopo Di Vittorio

di Stefano Tatullo
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È già successo, succederà ancora. È una storia di ordinario sfruttamento. Dell’uomo sull’uomo. A Cerignola, nella frazione di Borgo Tressanti, la polizia ha trovato in un seminterrato di trenta metri quadri quaranta cittadini rumeni venuti in Puglia a lavorare i carciofi. Pulivano e lavavano carciofi per un’azienda agricola – con acqua di pozzo, non potabile – dalle sei di mattina alle otto di sera; a mezzogiorno avevano due ore per mangiare e per riposarsi prima di riprendere. Dormivano su materassi e brande poggiati su mattoni e blocchi di laterizi. Il seminterrato dà sul retro di una palazzina dove vive il datore di lavoro con la famiglia. Nel dormitorio non c’è acqua ma ci cade quella di scolo del lavandino e del gabinetto in cima alle scale. Non c’è luce ma dicono le cronache che c’erano fili elettrici appesi che finivano anche sui materassi.
Ci fosse stato un incendio chissà cosa sarebbe stato dei rumeni. Chissà cosa sarebbe stato della palazzina. Di fronte al dormitorio un altro vano stentato (come chiamarlo?) con tre fornelli a gas, tre sedie di plastica, un tavolo: la sala da pranzo. Gabinetto e lavandino si possono immaginare. Allo stesso modo si può immaginare che il dormitorio non fosse abitato solo da uomini e donne ma anche da animali e insetti che si trovano in campagna. Se davvero si riesce ad immaginare la situazione, un piccolo inferno a casa nostra, appena fuori del paese.
A lavorare da noi i rumeni erano stati chiamati da un loro connazionale che lavorava nell’azienda: prometteva 1.400 euro al mese, invece guadagnavano 2 centesimi a carciofo lavorato, 15-16 euro al giorno. Per 12 ore.
Nella storia del Sud, nelle nostre terre, quella del caporale è una delle figure più nere. Fino a poco più di cinquant’anni fa (o poco meno?) a Cerignola, ad Andria, a Bisceglie, ma un po’ dappertutto, il caporale era quello che tastava le braccia dei contadini che cercavano la giornata per vedere se erano abbastanza forti per lavorare nelle terre del padrone. Decideva lui chi avrebbe portato a casa il pane per i figli e chi no. Decenni di lotte, la conquista dei diritti dei lavoratori sembravano averci liberati da questa presenza, ma l’immigrazione dei diseredati del mondo l’ha riportata nelle nostre campagne con altri accenti, con altri colori della pelle. Sui sette, ottocento carciofi che un operaio (ma non sarebbe più preciso dire uno schiavo?) doveva lavorare per guadagnare quei 15-16 euro, una percentuale era per il caporale.
Il pensiero non può impedirsi di andare a Peppino Di Vittorio, che a Cerignola è nato e che qui – cento anni fa – condusse le aspre e lunghe battaglie che infine diedero ai braccianti la dignità del lavoro e un salario che non fosse solo arrivare a domani. Chissà se i lavoratori rumeni sanno chi è Di Vittorio. Chissà se lo sanno i marocchini, gli indiani, i polacchi che lavorano nelle nostre campagne. Quando recentemente la televisione ha trasmesso la fiction su quello che è stato il più grande sindacalista italiano erano pochi in Italia, in Puglia, a Cerignola i giovani che sapevano chi fosse, che cosa avesse fatto.
L’emigrazione è fatica inenarrabile, è sfruttamento fino alla perdita della dignità e dell’identità, è dolore spesso incurabile. «E ce ne costa lacrime ‘st’America», cantavano i milioni di nostri nonni analfabeti che stivati nei piroscafi come i rumeni nel seminterrato di Cerignola andavano a cercare la speranza negli Stati Uniti, e prima di poter sbarcare a New York venivano tenuti in quarantena a Ellis Island, come si fa con gli animali che vengono da posti ritenuti infetti. E non fu meno dolorosa la grande emigrazione interna degli anni Cinquanta-Sessanta, quelli del boom industriale, quando sulle case di Milano e Torino si leggevano i cartelli «non si fitta ai meridionali».
Hanno sofferto tanto quei nostri nonni, quei nostri padri che i figli hanno imparato a parlare americano o con le cadenze settentrionali, hanno dimenticato (finto di aver dimenticato) i nostri dialetti, e non sono più tornati al Sud, per timore di perdere uno status, una cittadinanza che avevano pagato con l’anima.
La storia, che per tanto tempo nelle nostre terre è apparsa senza tempo, ora ha improvvisamente accelerato, e all’improvviso abbiamo visto arrivare qui da noi gente che viene anch’essa da terre assai luntane. E allora noi che in America venivamo chiamati con disprezzo «dago», da Diego, e nel Nord «Napoli» abbiamo chiamato «marocchini» tutti gli arabi, «albanesi» tutti gli slavi, «rumeni» tutti i delinquenti stranieri con la  pelle bianca.  Siamo stati disprezzati e sfruttati per secoli, siamo diventati sprezzanti e sfruttatori nel giro di qualche anno. Non tutti, naturalmente. Ci sono tante persone e istituzioni che si adoperano per un’accoglienza solidale e civile, anche se le istituzioni tante volte sono pronte ad annunciare bei programmi, più lente a realizzarli. Nel Nord d’Italia c’è un partito in cui milita gente che pulisce con l’alcool i sedili dei treni dove si sono sedute delle donne africane, e altra che vorrebbe usare gli immigrati, soprattutto quelli con la pelle scura, come «leprotti» a cui dare la caccia. Di rado si sente dire che se si cacciassero gli immigrati come dicono di volere, tante loro aziende dovrebbero chiudere. Al Sud ci vantiamo di essere gente di cuore, sempre pronta ad accogliere un forestiero, ma quando sono quaranta, allora li ammassiamo in un sotterraneo e li paghiamo 15 euro per 12 ore di lavoro.
Quando i sondaggi ci chiedono se ci sentiamo razzisti, noi italiani rispondiamo  indignati che no! Ma che cos’è il razzismo, solo il buuu! demente gridato allo stadio al calciatore nero della squadra avversaria?
Dicono i dati delle agenzie statali che i lavoratori stranieri contribuiscono alla ricchezza del nostro paese, ma non si può ignorare che l’emigrazione porta con sé anche emarginazione e delinquenza. Allora, lasciamo da parte carità pelosa  e ipocrisia melassosa e a chi viene da noi a cercare una vita chiediamo semplicemente il  rispetto della legge. E chiediamolo a noi stessi. Ricordandoci che calpestare la dignità altrui fa regredire la nostra civiltà, e avvilisce  la nostra umanità.

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