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L'analisi

L’economia e la democrazia vittime di pregiudizi

Marchionne, le 3 viste a MelfiSindacati divisi sul giudizio

Marchionne in visita a Melfi

Le reazioni all’uscita di scena di Sergio Marchionne dimostrano che l’Italia è un Pase strano, forse irredimibile. Nessuno si aspettava che il nome del salvatore della Fiat venisse proposto a Papa Francesco come candidato alle prossime beatificazioni.

24 Luglio 2018

GIUSEPPE DE TOMASO

Le reazioni all’uscita di scena di Sergio Marchionne dimostrano che l’Italia è un Pase strano, forse irredimibile. Nessuno si aspettava che il nome del salvatore della Fiat venisse proposto a Papa Francesco come candidato alle prossime beatificazioni. Marchionne non è Padre Pio (1887-1968), né è don Tonino Bello (1935-1993). Ma alcune riflessioni sulla figura del top manager di origini abruzzesi sono apparse perlomeno ingenerose (eufemismo) nei suoi riguardi. La contrapposizione ideologica resiste ancora, nello Stivale. Così come resiste ancora la raffigurazione novecentesca della realtà economica, quella che riconduce ogni starnuto umano alla lotta di classe tra padroni e operai, sfruttatori e sfruttati.

Il mondo è cambiato assai, ma il passato non vuole passare. Così il «miracolo», di Marchionne, di aver ripescato un’azienda che si era quasi definitivamente inabissata, viene raccontato come un’operazione di spregiudicatezza estrema, tesa solo a premiare gli azionisti della Fca, non già il sistema Paese.
Dimenticano, questi critici, che Marchionne ha guidato un gruppo privato e che il compito principale di ogni dirigente d’impresa è creare valore per i suoi azionisti. Se si crea valore, l’azienda cresce, può distribuire utili in grado di essere utilizzati per nuovi investimenti e nuovi posti di lavoro (un bene per il sistema Paese). Se Marchionne non avesse prestato attenzione ai conti aziendali, la casa automobilistica torinese si sarebbe afflosciata da un pezzo, travolgendo migliaia di dipendenti. Altro che programmi di solidarietà.

I detrattori di Marchionne accusano il colosso sabaudo di aver investito più altrove che in Italia, di aver trasferito all’estero la sede fiscale e di non aver risanato del tutto la provincia italiana di un impero ormai diventato globale.
Ma il mercato odierno è mondiale, non rionale. Solo un ceo dalla mente ristretta si sarebbe rintanato nel suo guscio locale per non uscirne più. E poi. Una multinazionale, come Fca, non può che localizzare i suoi intvestimenti laddove la remunerazione del capitale è più succosa. Che dovrebbe fare un signore dalle cui decisioni dipende il futuro di migliaia di dipendenti: ignorare il calcolo economico? Così facendo pregiudicherebbe la sorte dell’azienda e, con essa, il futuro di migliaia di lavoratori.
Tutte le grandi marche dell’auto hanno ridotto la loro forza lavoro, non solo la Fiat. Lo hanno potuto fare grazie alla rivoluzione tecnologica che ha ribaltato, con l’automazione, il modo di produrre vetture Il che ha comportato la riduzione del personale impiegato. Ma se un amministratore delegato avesse rifiutato i vantaggi dell’innovazione tecnologica, la sua impresa sarebbe finita fuori mercato, provocando desertificazione industriale e disperazione sociale. Era forse questa l’alternativa auspicata?
Marchionne ha creato valore per i suoi azionisti, ma ha creato anche sicurezza per i dipendenti di Fca e le loro famiglie. Si obietta che i conti «italiani» siano meno entusiasmanti di quelli esteri del Gruppo. E allora? Ciò dimostra la lungimiranza delle scelte di Marchionne, dimostra che senza i profitti ottenuti oltre frontiera, forse anche l’area italiana ne avrebbe risentito, con tutte le pesanti conseguenze del caso.

Si rinfaccia alla Fiat di aver ottenuto una montagna di aiuti pubblici e di aver ripagato così, con una cinica girata di spalle (nella stagione marchionnesca), lo sforzo, i contributi della comunità e della cassa nazionale. Ma Marchionne si è insediato al vertice della Fiat proprio con l’intenzione di chiudere le pratiche del passato, fondate su un do ut des, compromissorio e consociativo, tra l’impresa e la politica. Non poteva funzionare così, anche per ragioni di trasparenza e di efficienza sul mercato. Non a caso lo Stato centrale si era svenato, per decenni, pur di evitare al Lingotto di misurarsi nella competizione planetaria.
Marchionne ha rappresentato la cesura definitiva con questo protezionismo industriale. E John Elkann glielo ha riconosciuto esplicitamente, quando ha ricordato che Marchionne ha insegnato a tutti a pensare, a ragionare diversamente.
Purtroppo, il virus ideologico è così diffuso da inondare di schematismi dottrinari e interpretativi la vicenda esistenzial-aziendale di Marchionne. Un ulteriore segnale di preoccupante immaturità politica nella scena mediatica nazionale.

Un’immaturità che rischierebbe di produrre effetti ancora più dirompenti se arrivasse a dama l’idea di Davide Casaleggio, guru dei Cinque Stelle, di prepensionare, nel giro di qualche lustro, la democrazia rappresentativa, ossia le assemblee parlamentari, in nome del primato della Rete. È sufficiente leggere certe dichiarazioni del popolo dei social sul dramma di Marchionne, per allarmarsi ancora di più per sul tasso di conoscenza e di tolleranza che (non) albergano i vasti settori dell’opinione pubblica. Per quest’ultimi, anche i numeri e i bilanci in ordine non contano nulla e Marchionne non merita la gratitudine del Paese e delle maestranze di Fca. Una nazione sottosopra.

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