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In Puglia e Basilicata

L'analisi

Non perdere l'umanità è l’imperativo più forte

barcone di migranti

La denuncia di una Ong catalana che ha per nome «Open Arms», ossia braccia aperte, sostiene che dei corpi siano stati lasciati in acqua dalla Libia

18 Luglio 2018

Enrica Simonetti

Questo articolo potrebbe essere lungo 100 righe, ma anche solo 10. Perché se da un profilo Twitter ci arrivano le foto del cadavere di un bambino di 5 anni che galleggia tra i resti di un barcone insieme al corpo di una donna dalle braccia bruciate... forse non servono tante parole.

Siamo in pieno Mediterraneo, in quel profondo blu che è un profondo rosso sanguinolento, in cui da qualche tempo navigano corpi e polemiche populiste. In queste ore drammatiche, la denuncia di una Ong catalana che ha per nome «Open Arms», ossia braccia aperte, sostiene che questi corpi siano stati lasciati in acqua dalla Libia. E non solo, i libici vengono additati come «assassini arruolati dall'Italia». Un'accusa pesantissima che ci fa male e che incendia ancor di più il clima rovente che si respira sulle vicende dei migranti: ne parliamo a tavola, se ne discute sulla spiaggia, si ripetono slogan, si guardano con un mezzo occhio pietoso i colori sfavillanti dei gommoni ripresi in Tv tra quei giubbotti di salvataggio e quelle motovedette ormai immerse in un mare di incertezza.

Insieme a quel bambino e a quella donna, hanno trovata un'altra anima: una ragazza ancora in vita. Si chiama Josephine, viene dal Camerun ed è rimasta 48 ore in acqua, aggrappata a dei pezzi di legno. Ora si trova in stato di choc e in ipotermia grave. «Quando le ho preso le spalle per girarla ho sperato con tutto il mio cuore che fosse ancora viva - racconta Javier Figuera, il soccorritore spagnolo di 25 anni che l’ha recuperata in acqua - e lei dopo avermi preso il braccio non smetteva di toccarmi, di aggrapparsi a me». Questo dicono quelli di «Open Arms», una delle tante Ong finite tra l'altro in questi mesi nell'occhio del ciclone delle polemiche, con questi giovani soccorritori trasformati all'improvviso - a seconda degli slogan imperanti - in approfittatori. Chi vuole può crederlo, chi vuole può guardare la foto dei corpi in mare e ribattere, come è avvenuto ieri, che si tratta di una «fake news». La prima reazione è stata quella di Matteo Salvini, il quale con una buona dose di sicurezza ha difeso le sue scelte: «Queste sono bugie e insulti che confermano che siamo sulla strada giusta, ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti. Io tengo duro».

Ecco perché questo articolo poteva essere anche lungo poche righe. Perché ci sono modi diversi di guardare a dei cadaveri che galleggiano in mare. Perché c'è la speculazione politica, ci sono i dubbi, ci sono i problemi annosi da risolvere e le strategie necessarie... ma c'è sempre il bisogno di restare umani.

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