Martedì 26 Marzo 2019 | 03:48

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In 450 su un barcone restano fuori sia da La Valletta che dai porti italiani. Salvini: «Nessun nostro porto è disponibile»

migranti

Una nave militare italiana con divieto di sbarco in un porto italiano. Era un paradosso inedito e ha fatto bene Mattarella a chiudere la questione. Anche perché i conflitti tra istituzioni dello Stato sono pericolosi e indeboliscono tutte le parti in causa, a cominciare dallo Stato stesso. Ma qual è la città in cui a ogni incursione della polizia in un campo di migranti inquieti la gente del quartiere non abbia detto: «Era ora. Non se ne poteva più….»? Nel suo stesso interesse Salvini farebbe bene a misurare le uscite, ad attenuare il tono, ad abbassare il volume delle sue dichiarazioni.

Ma il problema dei migranti esiste, è gigantesco ed epocale. Nel senso che i figli del ministro dell’Interno (15 e 6 anni) si troveranno addosso il problema come e più del padre che ne ha 45. Il ministro dell’Interno è il portiere di Palazzo Italia. Ha il dovere di impedire di far entrare tutti qui, visto che la nostra porta è la sola aperta di tutto il quartiere. È un lavoro che richiede cervello, oltre che muscoli. Va fatto con intelligenza, buonsenso e anche energia, quando è necessaria, visto che siamo ancora una volta completamente soli. Forse non abbiamo capito noi, ma diteci che cosa è venuto fuori di positivo e di rassicurante dal vertice europeo di fine giugno e da quello dei ministri dell’Interno dell’altro ieri. Il verbale di Bruxelles è scritto sulla sabbia e quello di Innsbruck nell’aria. Se tre ministri dell’Interno duri s’incontrano (Italia, Austria e Germania) possono pure rinnovare il Patto d’Acciaio dei tempi andati, ma chi si trova i migranti sull’uscio di casa siamo e saremo sempre noi, nella dolorosa evidenza che nessuno ci darà una mano.

La mossa più intelligente del governo italiano è ripristinare l’accordo con la Libia sottoscritto da Berlusconi il 30 agosto 2008 e mandato in frantumi da quel folle di Sarkozy con i bombardamenti del 19 marzo 2011. Quell’accordo prevedeva il versamento da parte italiana di 250 milioni all’anno per vent’anni per finanziare opere pubbliche in Libia costruite da imprese italiane, accordi petroliferi e quant’altro. Gli Stati Uniti potrebbero aiutarci per far dimenticare lo sciagurato e decisivo sostegno di Obama e Hillary Clinton alla caduta di Gheddafi e l’Europa a sostenerci nel difficilissimo tentativo di costruire in Africa i filtri delle partenze. Purtroppo Al Sarraj non ha i poteri e la forza politica e militare di Gheddafi e la Francia non ha nessuna intenzione di rinunciare al suo protettorato politico sul generale Haftar, capo della Cirenaica e nemico degli italiani. Qui l’Europa potrebbe sostenerci con denaro, politica, intelligence.

Ma fino a quando gli sbarchi non saranno ridotti al minimo sarà difficile fare una politica molto diversa da quella di Salvini. Lui ha avuto la grande fortuna politica di incontrare subito un Aquarius sulla sua strada. Ma un Aquarius e una Lifetime non fanno primavera. Né possiamo andare avanti a forza di Diciotti. Sarà perciò difficile aprire i nostri porti se non si aprono quelli degli altri e il resto d’Europa fa finta di non capire. Nessuno rimanderà indietro i sessanta migranti sbarcati nelle ultime ore a Lampedusa alla spicciolata, ma chi potrà ordinare a Salvini di aprire i porti per ospitare i nuovi 450 migranti in arrivo?

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