Giovedì 20 Settembre 2018 | 18:43

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L'analisi

Reazionari e progressisti nell’Italia giallo-verde

Reazionari e progressisti nell’Italia giallo-verde

Non c’è da meravigliarsi più di tanto che, in piena luna di miele con il governo giallo-verde, il 57% degli italiani - come registra il sondaggio di Ilvo Diamanti per la Repubblica - sia favorevole al nuovo esecutivo di Giuseppe Conte. O meglio, bisognerebbe dire di Matteo Salvini e Luigi Di Maio, in quest’ordine invertito rispetto alle posizioni di forza elettorale: con il suo 17% di voti raccolti alle ultime politiche, il leader della Lega sovrasta infatti nell’opinione pubblica quello del Movimento 5 Stelle, titolare sulla carta di quasi il doppio (32%).

No, non c’è da meravigliarsi in primo luogo per il fatto che non è passato neppure un mese dalla costituzione di questo governo e quindi gli elettori non hanno avuto ancora il tempo per valutarlo e giudicarlo alla prova dei fatti. Ma soprattutto perché la leadership risoluta ed energica di Salvini intercetta evidentemente un diffuso “sentiment” popolare, alimentato e sostenuto dall’orientamento della maggioranza parlamentare sull’emergenza immigrazione. È proprio su questo terreno infatti che nella percezione comune è già avvenuto il sorpasso ai danni del vice-premier pentastellato, nonostante le avventurose sortite del leader leghista e, anzi, proprio per effetto di queste ultime: dalla minaccia (inattuata) della chiusura dei porti italiani alla sfida (temeraria) con la Spagna del socialista Pedro Sanchez che ha accolto i migranti della nave “Aquarius” respinti dall’Italia; fino alla richiesta (inevasa) di scuse da parte del presidente francese Macron a cui erano state attribuiti giudizi severi e francamente inaccettabili nei confronti del nostro Paese, accusato di essere “cinico e irresponsabile”.

Di fronte all’esodo biblico che proviene dal Terzo mondo, la maggior parte degli italiani manifesta un atteggiamento che sarebbe improprio catalogare automaticamente sotto la voce xenofobia o razzismo, perché nella gran parte dei casi ha poco o nulla a che fare con questioni appunto di razza, etnia o colore della pelle. Ma riguarda piuttosto la nostra effettiva capacità di accogliere e integrare gli immigrati, regolari o irregolari, rifugiati o clandestini che siano. E cioè, di offrire loro un inserimento nella società, condizioni di sicurezza e benessere, la possibilità di trovare un lavoro e una casa.

Quella che emerge, dunque, è una “reazione” in senso stretto, vale a dire un’azione che si contrappone a un’altra azione. Un rifiuto di quel “buonismo” umanitario e caritatevole che spesso s’è tradotto in un lassismo impotente, incapace di gestire efficacemente un fenomeno di tali dimensioni nel rispetto della dignità delle persone, almeno fino all’intervento dell’ex ministro Minniti. Fatto sta che, sotto la copertura della solidarietà, si continuano a consumare soprusi e delitti: il traffico degli scafisti; la tratta degli uomini e delle donne; le ambiguità di certe organizzazioni non governative; i cosiddetti campi di accoglienza che in realtà si trasformano in campi di concentramento o detenzione.

Possiamo dire perciò che oggi la “questione immigrazione” divide il fronte dei progressisti da quello dei reazionari. Gli uni, impegnati giustamente a difendere innanzitutto le vite umane di chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla povertà; gli altri, a tutelare i legittimi interessi nazionali, specialmente in materia di ordine e sicurezza. Sembra di assistere, insomma, a una prosecuzione della campagna elettorale, a colpi di slogan, false promesse, messaggi mediatici. Mentre sarebbe opportuno, invece, che i due “eserciti” contrapposti si confrontassero sulle soluzioni concrete e praticabili, piuttosto che sul piano della propaganda, per cercare di conciliare le aspettative degli italiani e le speranze dei migranti.

Anche quando questi non sono “rifugiati” in senso stretto, e quindi detentori di un diritto all’accoglienza, i cosiddetti “immigrati economici” vanno distinti fra regolari e irregolari. E cioè, fra chi arriva in Italia e in Europa per chiedere un permesso di soggiorno, ed eventualmente di lavoro, e chi invece sbarca sulle nostre coste e s’introduce clandestinamente nel territorio nazionale. Gli irregolari, come qui abbiamo già scritto in passato, sono per lo più disperati ed emarginati, costretti a vivere ai margini della società e spesso in condizioni disumane, potenzialmente inclini a delinquere per assicurarsi la sopravvivenza. Ma gli “immigrati economici” non sono speculatori o finanzieri che vengono a cercare fortuna, bensì disperati che affrontano le incognite e i rischi di un viaggio incerto pur di sfuggire alla morte o alla miseria.

Ora è chiaro che non possiamo accoglierli indiscriminatamente, offrendo a tutti un lavoro e un’abitazione. Tantomeno in un periodo di crisi economica e sociale come quella che stiamo ancora attraversando. E perciò, è necessario che l’Unione europea si faccia carico del problema, cominciando a sanzionare i Paesi che non accettano le quote per la distribuzione degli immigrati stabilite da Bruxelles, come ha chiesto nei giorni scorsi il presidente della Camera, Roberto Fico, nei confronti dell’Ungheria di Viktor Orbàn.

Le “sparate” propagandistiche di Salvini, come l’ultima sul censimento del popolo “rom” definita “agghiacciante” dal commissario europeo Moscovici, possono incantare i reazionari e buttare fumo negli occhi. Ma per gestire una questione epocale di tale portata occorre avere senso di responsabilità e realismo. La verità è che, meno che mai in questo caso, non esistono soluzioni semplici per problemi complessi.

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