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L'analisi

La questione «capitale»? Istituzioni non leadership

La questione «capitale»? Istituzioni non leadership

Meglio le buone intenzioni o le buone istituzioni? Meglio rinnovare le classi dirigenti o gli ordinamenti? Tutte le volte che in Italia si scatena una tempesta giudiziaria contro la nomenklatura del momento, cresce di prepotenza, nell’opinione pubblica, una voglia di repulisti, al cui confronto quella precedente somiglia a una letterina per Babbo Natale. Ma è tutta colpa delle persone - sporche, brutte e cattive - se un sistema politico-amministrativo non funziona, nonostante un turn over più continuo di quello imposto da Massimiliano Allegri ai calciatori della Juve? O, invece, le cause della corruzione e della cattiva gestione della cosa pubblica vanno ricercate in un complesso di regole più complicate del labirinto di Cnosso, ossia in un ordinamento che ostacola la linearità dei percorsi amministrativi e favorisce le camarille?

È vero. In alcuni popoli il senso dello Stato, il rispetto del vivere civile e l’amore per la cosa pubblica sono più accentuati che in altri. Ma se in uno Stato già sviluppato sul piano delle istituzioni fosse introdotto un ordinamento medievale, opaco o inestricabile, quasi certamente le conseguenze (negative) sul Sistema si manifesterebbero alla velocità della luce. A danno di tutti.

La questione del potere in Italia è più irrisolvibile di un rebus in ostrogoto perché il ricambio degli uomini, cioè delle leadership, viene considerato più importante del ricambio delle regole. E siccome gli uomini (e le leadership) si somigliano da sempre, solo un’anima pia può immaginare che cambiando i fattori (umani) il prodotto (politico) possa modificarsi e migliorare.
Ma al non-governo e al malgoverno del Belpaese si aggiunge, dal 1870, una variabile indipendente, o meglio un macigno grande come una montagna: il caso Capitale, cioè il caso Roma.

L’Italia è l’unico Paese al mondo il cui processo unitario non è partito attorno alla sua Capitale, ma si è concluso attorno alla sua futura Capitale. Il che ha fatto sì che l’appeal di Roma sul resto della nazione sia stata di tipo amministrativo più che culturale. La qual cosa ha sorretto una vocazione irredimibile al burocraticismo che ha portato l’intero Paese a specchiarsi nella Città Eterna.

L’anomalìa Capitale viene da lontano. Chi voglia riavvolgere il nastro non ha che da leggere il volume Contro Roma (Editori Laterza, 203 pagine, 16 euro), un’antologia con i «racconti romani» dei massimi scrittori italiani del secolo scorso e di quello in corso. Ecco alcuni brani, autori tre mostri sacri della narrativa e della saggistica.

Scrive, più di 40 anni addietro, il romano Alberto Moravia (1907-1990): «Fisicamente, Roma non è diventata né una grande capitale come Parigi o Londra, né una megalopoli come Rio o il Cairo. È una via di mezzo tra le due cose, e ha i difetti della megalopoli, come della capitale, senza averne i pregi. L’Italia non si è espressa a Roma, vi si è trovata repressa. Roma è una città, a dirla in breve, statale. Ma paradossalmente, lo è proprio perché lo Stato non c’è, perché non è mai riuscito a superare la fase burocratica... Un’associazione di clientele... Una miniera d’oro per arricchirsi rapidamente attraverso i favori e i ricatti politici.».

Scrive, più di 50 anni fa, il veneto Guido Piovene (1907-1974): «L’avere capitale Roma fu una calamità necessaria. Si ebbe questo caso unico e disastroso: si occupò una città senza cacciarne il re nemico. Si può pensare che Napoli e la Sicilia potessero trovare sole la loro strada. Roma no. Roma era un miscuglio di inerzia, tirannia e pazzia. Il male è tutto nell’incontro Roma-Unità, nell’annodarsi uno nell’altro, senza potersi distaccare, di due animali ostili. Tra Roma e le diverse parti d’italia non si sa quale sia più attiva nel corrompere l’altra. L’Italia è tutta e quasi egualmente mafiosa, la periferia guasta il centro e il centro la periferia. Chi ama i paradossi potrebbe dire: la necessità di avere Roma come capitale poteva essere una ragione in più per non farla».

Scrive, nel 1975, il lucano Giovanni Russo (1925-2017): «La classe politica del dopoguerra ha distrutto quel quadro di istituzioni e di forme giuridiche che il mondo politico liberale aveva creato, e ha dato il colpo definitivo alla possibilità morale di Roma di essere una capitale attiva del Paese, tanto è vero che non riesce più a governare, ad affrontare le riforme fondamentali, dal problema del Mezzogiorno alla costruzione delle scuole, di ospedali... Il legame tra Roma e la speculazione edilizia è illuminante. Roma capitale nacque come la Roma della speculazione edilizia e forse era inevitabile, dato che dal 1870 al 1890 la popolazione di Roma passò da 200mila a 400mila abitanti. La speculazione edilizia unì i conquistatori e i vinti. Gli italiani vedono Roma corrotta, ma in realtà le loro strutture civili e politiche sono tutte legate, per un filo sottile, alla corruzione di Roma».

Soprattutto le parole di Russo reggono l’usura del tempo. A Roma, poi, la tradizione del lassismo clericale si è fusa con la mentalità del funzionario borbonico, che pure aveva un certo senso dello Stato. Ma con la crescita delle burocrazie del Parastato, la miscela esplode. Risultato: oggi la Capitale - chiunque arrivi sul Campidoglio (e nei palazzi circostanti) - è sempre più ingovernabile. Ingovernabile a causa dello smantellamento delle strutture civili cui si riferiva Russo, e dell’ossessione per il potere che alberga nell’Urbe e si espande sull’intera Penisola.

Non è cambiato nulla dall’inchiesta-denuncia (1955) di Manlio Cancogni (1916-2015) sull’Espresso: «Capitale corrotta, nazione infetta». Forse la situazione, nei decenni, è addirittura peggiorata. Non è cambiato nulla perché non basta cambiare, come si fa nella quadriglia, i protagonisti del ballo, cioè le classi dirigenti. L’unico cambiamento vero, profondo, resta quello delle istituzioni, degli ordinamenti. Ma da quest’orecchio non sente nessuno.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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