Martedì 26 Marzo 2019 | 01:16

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Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, è ossessionato da Luigi Di Maio. Le sue filippiche contro il leader pentastellato sono leggendarie e hanno dato sugo, per certi versi, a un genere televisivo esaltato dalle irresistibili imitazioni di Maurizio Crozza. Ma la vittoria grillina alle votazioni politiche del 4 marzo scorso deve aver procurato, al presidente campano, l’effetto di un pugno nello stomaco. De Luca, per stoppare il cavallo di battaglia di Di Maio (il reddito di cittadinanza, assai apprezzato dai votanti del Mezzogiorno), ha ritenuto opportuno allestire una controproposta, altrettanto allettante e competitiva, d’intesa con i colleghi delle Regioni meridionali.

Infatti. Nei giorni scorsi a Napoli è stato firmato dai «governatori» meridionali un patto trasversale che sollecita la revisione del riparto delle risorse pubbliche, riparto da non calcolare più, nel Sud, sulla base degli interventi pregressi e della qualità (modesta) dei servizi.

È una richiesta sacrosanta. Chi è già all’inferno non può precipitare ancora per colpa della spesa storica, cioè delle scelte sbagliate compiute dai governanti del passato. E così va sostenuta pure un’altra battaglia, anch’essa doverosa: l’aumento delle risorse pubbliche destinate alle infrastrutture del Sud. Già nell’Italia ricca le grandi opere sono sparite dal cannocchiale. Nel Sud, poi, non si ipotizzano neppure le opere più piccole.

Ma, accanto a questa (giusta) rivendicazione di parità infrastrutturale, il presidente De Luca ha manifestato l’intenzione di dar vita a un piano di assunzioni di 10mila giovani nella pubblica amministrazione. Una sorta di contropalinsesto rispetto alla programmazione del reddito di cittadinanza messa in agenda dal ministro Di Maio.

E qui spunta la prima domanda. Va trovata ancora nella pubblica amministrazione la medicina più efficace per guarire i mali del Sud? Bah. Se così fosse non si spiegherebbe perché il divario tra le due Italie non si sia colmato da lunga pezza, visto che gli uffici pubblici meridionali sono gli unici posti di lavoro con abbondanza (non ovunque, in verità) di personale.

Invece. Non è il deficit di borghesia produttiva il vero tallone d’Achille del Mezzogiorno? E come può essere spronata la parte più dinamica della società: con l’inflazione umana nella pubblica amministrazione? Quale segnale verrebbe dato ai più intraprendenti, il segnale che lo Stato rimane l’unico padrone? Oppure verrebbe ridato l’input (ai più bravi) di emigrare senza esitazioni, con la prospettiva di ridurre vieppiù il Sud a luogo di camerieri, di badanti per stranieri in cerca di sole, mare e buon cibo?

Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, ha curato con il solito rigore un volume (L’ignoranza e il malgoverno, editore Liberilibri) che raccoglie sei lettere sull’Italia inviate dall’economista Vilfredo Pareto (1848-1923) alla rivista americana Liberty. Due di queste lettere affrontano il tema della questione meridionale. Il liberale Pareto non fa sconti. Anzi adopera la clava contro la neghittosa borghesia del Mezzogiorno. La classe dirigente meridionale descritta dallo studioso è un frullato di borghesia usuraria e di borghesia funzionariale. Il Sud, ecco l’atto d’accusa firmato dall’economista, è oppresso da questo tipo di borghesia, strapotente come la nobiltà. Qui le uniche strade per la scalata sociale sono contemporaneamente immorali e illegali: l’usura, il brigantaggio, l’occupazione delle terre comunali. Ma può ritenersi davvero borghese, sembra chiedersi Pareto, una Casta del denaro prodotta da simili pratiche estorsive? Ma può decollare un’area che non ha ancora fatto i conti con questi gravissimi peccati originali?

Ecco. Se il professor Pareto, nell’Aldilà, avesse la possibilità di esaminare il piano di assunzioni ipotizzato da De Luca, molto probabilmente boccerebbe l’iniziativa. «Che facciamo - direbbe di sicuro - vogliamo ancora dare spago e risorse alla borghesia funzionariale o al socialismo borghese? Così dovremmo porre rimedio all’ignoranza del popolo e al dilagare di corruzione e cialtroneria, assidue compagne di viaggio della classe dirigente italiana?».

Tutti convengono che il Sud sia rimasto stritolato, dopo l’Unità d’Italia, dalla saldatura tra gli interessi della borghesia industriale del Nord e gli interessi del latifondo meridionale. Una saldatura sfociata nel trionfo della rendita, resa possibile dal protezionismo, concepito a beneficio delle due spregiudicate classi sociali, a Nord e a Sud, sopra menzionate.
Ma l’attuale ceto politico (e non solo) , al Nord come al Sud, è ancora sedotto dal miraggio della rendita. Forse solo sotto l’aspetto semantico qualcosa è cambiato. Ma nemmeno tanto. Basti pensare che il protezionismo ha mutato pelle, ma non sostanza. La protezione degli interessi corporativi rimane al centro dell’azione politica.

Rendita è sinonimo di privilegio. E i privilegi perpetuano quella borghesia funzionariale, già smascherata e strapazzata da Pareto.

L’economista e pacifista piemontese Edoardo Giretti (1864-1940) scrisse un libro dal titolo più incisivo di un trapano odontoiatrico: I trivellatori della nazione (1913). Una micidiale requisitoria - che conserva tutta la sua carica di freschezza - contro i procacciatori di privilegi, i generatori di dirigismi, i moltiplicatori di situazioni improduttive, i distruttori della ricchezza produttiva, i creatori di rendite artificiali attraverso politiche pubbliche dannose per il corretto funzionamento del mercato.
Il fascismo, osserverà più tardi Giretti, fu la sublimazione del concetto di rendita che, grazie all’ombrello del corporativismo, finirà per assumere un significato addirittura positivo.

Ma torniamo a oggi. Che cos’è la «borghesia funzionariale» sbeffeggiata da Pareto se non la borghesia che occupa lo Stato, venendo meno a quelli che dovrebbero essere i suoi princìpi ideali? Che cos’è la «borghesia funzionariale» del 2018 se non quella fetta di ammanicati col potere che vorrebbe (e potrebbe), grazie alle relazioni con la Razza Potentona, insediarsi nei corridoi delle pubbliche istituzioni? Davvero di quest’élite ha bisogno il Mezzogiorno? Davvero ha bisogno di qualcosa che ricorda il Gosplan dell’Unione Sovietica di Aleksej Kosygin (1904-1980)? Andiamoci piano con questi piani. Solitamente aggravano i problemi, anziché risolverli.

Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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