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Una volta, ad ogni nuovo governo, si assegnava un bonus, ossia una tregua di cento giorni. Era la classica luna di miele col Paese e nessuno doveva minare la serenità generale. Opinione pubblica e mass media mettevano da parte ogni arma polemica, per consentire ai neogovernanti di farsi conoscere e di avviare i loro programmi.

Da qualche tempo non è più così. L’internettizzazione della vita quotidiana ha annientato le antiche abitudini e stracciato le tradizionali franchigie temporali. Non c’è luna di miele o tregua che tengano. Il conflitto, più che il confronto e la tolleranza, è la slide costante delle moderne democrazie.

Ad alimentare questa condizione di rissosità permanente contribuiscono tutti, nessuno escluso, anche perché è difficile resistere al pressing di tv e social network che provvedono a tenere sempre alti i decibel e i toni dello scontro.

Una volta ci si insediava nei posti-chiave del Potere in punta di piedi. Ma anche le opposizioni deponevano l’ascia di guerra, garantendo un periodo iniziale di non belligeranza. Oggi quel fair play politico rappresenta uno sbiadito ricordo che sa tanto di piccolo mondo antico. La contesa è tutt’altro che soft, l’hard prevale in ogni virgola.

Eppure, non farebbe male ricordarsi di una preziosa massima di Voltaire (1694-1778): «Non ci si pentirà mai di aver taciuto, ma sempre di aver parlato». Massima a cui sembra attenersi il solo neoministro dell’Economia, Giovanni Tria che, pare, stia pregando molti suoi colleghi di cucirsi la bocca in attesa di momenti migliori per scucirla a ragion veduta. Quante volte le Borse, in passato, sono cadute in depressione per l’infelice sortita di un semplice sottosegretario?

Quante volte lo spread è risalito a razzo per le improvvide esternazioni di qualche ministro? Non si contano. Eppure, a dispetto del lungo elenco di frasi controproducenti (specie sui mercati), la brama di apparire e dichiarare qualcosa sembra più inarrestabile di una slavina. Dipende anche da questa libidine declamatoria la fine di ogni atto di riguardo tra maggioranze e opposizioni, tra classi di governo e organi di controllo (fra cui l’informazione).

È una gara infinita tra chi vuole occupare la scena e non mollarla neppure per un secondo, col rischio, però, di incorrere nella profezia voltariana: ci si pentirà sempre di aver parlato, mai di aver optato per il silenzio.
Ma tra le numerose spericolate infrazioni alla regola aurea del tacere va segnalata qualche sorpresa positiva, tipo le ultime dichiarazioni del vicepremier Luigi Di Maio sull’Ilva (non più destinata alla chiusura) e sul fisco (tocca allo Stato esibire le prove contro gli accusati di infedeltà tributaria).

Non sappiamo se l’orientamento di Di Maio su fisco e Ilva sia propedeutico ad altre svolte. Sappiamo solo che, da sempre, tutte le formazioni politiche di fresco conio sono obbligate, oggettivamente, a tener conto, direbbe il grande Nicolò Machiavelli (1469-1527) della realtà effettuale in cui operano, non già di una condizione ipotetica. Non a caso, quasi tutti i ministri del governo Conte si stanno affidando all’opera e ai consigli degli esperti di pubblica amministrazione che hanno collaborato, ad altissimo livello, con tutti i governi del più recente passato. Del resto, se persino gli ultrà della Rivoluzione Francese (1789) si affidarono, per governare, a vasti settori della nomenklatura dell’ancien regime, figuriamoci cosa dovrebbero fare quelli che arrivano al governo con metodi democratici. In ogni caso a nessuno dei vincitori verrebbe mai in mente di licenziare tutte le intelligenze amministrative esistenti per rimpiazzarle chissà con chi.

E così per i progetti da realizzare. Solo un kamikaze potrebbe immaginare di ignorare le esigenze di realismo programmatico, che impongono cautela e spesso bruschi dietrofront dalle linee guida delle campagne elettorali. Infatti Di Maio ha iniziato a correggere, su alcuni punti, il suo stesso pigmalione, vale a dire Beppe Grillo.
Anche il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sta avvertendo l’esigenza di correggere e chiarire, a volte, anche i concetti a lui stesso attribuiti.

Conte si trova in una situazione singolare. Da professore di Diritto Privato è il primo a sapere che il Diritto Privato è la premessa di uno Stato libero e liberale, oltre che di un’economia fondata sul contratto liberamente sottoscritto tra le parti, e non sull’imposizione dall’alto. Il Diritto Privato è lo strumento che consente all’imprenditore di non essere concepito come un pubblico ufficiale cui venga affidata la gestione di un’impresa con la filosofia di un’economia amministrata. Senza Diritto Privato, tutto sarebbe Diritto Pubblico, come accadeva nell’Unione Sovietica, che, non a caso, non contemplava il Diritto Privato.

Ora. Conte sa, per formazione culturale e professionale, che il Diritto Privato, fondato sulla contrattazione tra soggetti autonomi, costituisce, per certi versi, l’argine alla tendenza dei governi, di tutte le colorazioni politiche, a voler pianificare e controllare tutto. Della serie: forse toccherà al professor Conte frenare le tentazioni pianificatorie del governo Conte. Ecco perché è un bene che i nuovi arrivati non archivino tutto il lavoro dei loro predecessori. Nessun sistema politico, o meglio nessun sistema sociale potrebbe resistere a uno choc, a un trauma causato da continui testacoda legislativi e amministrativi.
Dunque, mai come in politica il tacere fa bene, anche se la società dello spettacolo e della Rete richiede il contrario, cioè la chiacchiera, l’esternazione a oltranza. Infatti Di Maio e Salvini, pur guidando ministeri non omogenei, si rincorrono a perdifiato per conquistare il primato mediatico, propedeutico, nelle loro intenzioni, a un successivo primato politico-elettorale.
Conte e Tria (titolare dell’Economia) hanno invece il dovere di tacere a più non posso. Sarà forse questo il canovaccio del nuovo governo: due laconici o quasi (Conte e Tria) e due loquaci (Di Maio e Salvini). Nella speranza che le divisioni su alcuni temi (vedi i cantieri) non portino all’immobilismo, vero male oscuro della nazione.

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