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Cecchinato saluta, ma non sarà una meteora della racchetta

Marco Cecchinato tennis

I sogni sinonimo di illusioni. O il preludio a qualcosa di grande. Il sogno come un’avventura. Un tuffo al cuore, le «mani» del coraggio, la spinta dell’incoscienza, il bisogno di quel pizzico di sana follia, l’energica ricerca di una nuova identità. Marco Cecchinato se n’è costruito uno tutto suo. Ambientato a Parigi, la patria del tennis su terra battuta.

Ospite al tavolo dei grandi della racchetta... a un certo punto s’è ritrovato, quasi, a capotavola. Gli altri in abito da sera, lui jeans e maglietta. Con gli occhi curiosi di chi non ci pensa nemmeno all’idea di poter essere di passaggio.
Marco il siciliano col sorriso contagioso. Il ragazzo che si è scrollato di dosso il fango e col fango ha costruito la sua corazza. Trasformando le sofferenze in valori, le cattiverie in motivazioni. Un mondo tutto suo, partendo da lontano ma sempre con il chiodo fisso del successo. Parigi resterà per sempre la «sua» città. A Parigi ha tolto il velo, si è mostrato a mani «nude», si è raccontato con un inequivocabile e incisivo linguaggio del corpo. Giorno per giorno, mattone su mattone. Le vittorie, i complimenti, l’autostima che cresce. Gestendo tutto con la maturità di un campione affermato. Non era facile, anzi. Una sola strada percorribile. Coraggio, tanto coraggio. E petto in fuori.

Cecchinato saluta ma, statene certi, vien difficile pensare a lui come a una meteora della racchetta. Ha perso contro Thiem, già. Ma questa è una sconfitta che vale quanto una vittoria. Nessun ridimensionamento, piuttosto nuove consapevolezze. A certi livelli può starci, eccome. Sul piano tecnico e finanche su quello emotivo. Nessun imbarazzo, solo tanta personalità. Come raccontano le quattro palle corte sbattute in faccia all’avversario in un tie-break «avvelenato». Quattro carezze, anzi quattro «pugni». Come a voler dire, «io sono qui e non ho paura».

Parigi terra di sogni. Ma il sogno del «Cek» non finisce qui. Non può finire qui. Non finirà qui. Speranze, anzi sensazioni. Dalla Francia con furore. Più forte, più sicuro, più ambizioso. Marco ha imparato dalle vittorie perché ha capito quanto il suo tennis possa essere produttivo. Ma saprà scoprire che quando non vinci impari. E di imparare, a certi livelli, non si finisce mai.
Quarantadue anni dopo quel fenomeno di Panatta. Quaranta dopo il soldatino Barazzutti. Brividi azzurri, sogni tricolori, occhi siciliani. Coraggio, «Cek». Guardati Parigi per un’altra notte, goditi i suoi profumi, sbircia nei suoi angoli ricchi di magia. E continua a giocare con l’allegria di un bambino che ha voglia di sognare. I sogni come strumenti, «scorciatoie» per il successo, sussulti fanciulleschi. Quelli di un italiano speciale che ha voglia di stupire ancora.

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