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Potenza, il processo infinito di un eterno ingiudicabile

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È proprio il caso di dirlo: dia retta a un pazzo. Signor Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, se, come Lei ha detto in parlamento, è una priorità quella di porre rimedio a «processi che costano troppo e durano troppo a lungo» come ha dichiarato al Senato, ascolti la storia di Nicola, 90 anni, da oltre 50 in un istituto psichiatrico e da 27 nelle aule di giustizia per un’accusa di omicidio preterintenzionale.
Quell’appuntamento semestrale con un Gup che doveva prendere atto che «era incapace di stare in giudizio» come sentenziò per prima la Corte d’Assise di Potenza nel 1994, 3 anni dopo i fatti, si è potuto interrompere ieri solo grazie ad una riforma (autore l’ex ministro della Giustizia, Orlando) entrata in vigore nello scorso agosto e che ha introdotto una «ovvietà rivoluzionaria»: quando un imputato ha un vizio di mente permanente che gli impedisce di stare in giudizio, è inutile sospendere il procedimento per sei mesi (poi una nuova perizia e una nuova udienza) ma va estinto.

Il caso è proprio quello del 90enne lucano. Ventisette anni fa, quando già era ricoverato nell’Istituto Don Vincenzo Uva di Potenza, lui litigò con un altro paziente. I due erano ricoverati entrambi in infermeria e il compagno di camera aveva preso il vizio di stendersi sul letto di Nicola, di «invadere», anche qui inconsapevolmente, quel poco spazio di vita privata che si ha in questi posti. Ci fu un primo battibecco, poi la situazione si ripropose. Con un epilogo letale.

Nicola, all’epoca, non era giovanissimo, ma era decisamente molto più forte di adesso. Aveva quella forza che i pazienti dei reparti ortofrenici non riescono a controllare. Fatto sta che all’ennesima volta che il compagno si è risistemato sul suo letto, Nicola lo ha afferrato per la gola e ha stretto. Ha stretto con forza e ha continuato a stringere tanto forte da lasciare il malcapitato senza vita.

«Uomo avvisato mezzo salvato» ha spiegato inconsapevole di ciò che aveva fatto, insieme a un «chi pecora si fa il lupo se la mangia» che esprime tristemente le dinamiche e le convinzioni di certi ambienti. Fu così che Nicola venne trasferito, per un po’, allo spazio psichiatrico dell’Ospedale San Carlo, mentre le indagini portarono alla richiesta e alla decisione del rinvio a giudizio. E il processo partì e venne poi annullato dalla Corte d’Assise a fronte delle evidenti condizioni dell’uomo che altro non era in grado di ripetere che «uomo avvisato mezzo salvato» e «chi pecora si fa il lupo se la mangia».
Così, in quel triste gioco dell’oca che troppo spesso sono i fatti di Giustizia si torna all’udienza preliminare. E qui, in ossequio alle norme vigenti fino all’estate 2017, si è andati avanti per 23 anni di 6 mesi in 6 mesi, di perizia in perizia, di rinvio in rinvio, in attesa dell’improbabile miracolo che potesse far rinsavire quello che, diversamente, era destinato a restare un «eterno ingiudicabile». Già il processo è una pena, figuriamoci un processo che resti in piedi per decenni, anzi a oltranza.
Un problema per Nicola, anche se non si sa fino in fondo quanto ne avvertisse il peso. Un peso che, invece, restava tutto sui ruoli dell’ufficio con un appuntamento dall’esito scontato, ma inevitabile.

«La cosa paradossale - aggiunge l’avvocato Pasquale Ciola che ha seguito in questi anni Nicola con la pazienza e la dedizione che si può avere per un proprio caro (oltre che con lo stesso disinteresse economico, viste le condizioni dell’uomo) - è che mentre lui per 27 anni ha fatto i conti con un’imputazione, nessuno si è chiesto se nella struttura qualcuno doveva vigilare, essere presente, assicurare una sicurezza che non c‘è stata». Ma questa è un’altra storia. Sempre, però, di una Giustizia di cui a volte si fa fatica a comprendere le logiche.

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