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«Tranquilli, chi conosce bene Matteo Salvini sa che è una persona assolutamente mite e ragionevole». La rassicurazione, un vero e proprio «mantra», ha accompagnato durante la campagna elettorale Silvio Berlusconi: l’intento dell’ex Cavaliere era tranquillizzare gli elettori più moderati del centrodestra sui toni, a volte un po’ rudi, del leader leghista. Visto come sono andate le cose per Forza Italia, non sappiamo se Berlusconi ripeterebbe volentieri il concetto.

Ma è probabile che la gestione dell’emergenza migranti, da ministro dell’Interno, e non più da candidato in campagna elettorale, ci faccia conoscere un Salvini non solo di lotta ma anche di governo e, quindi, con le sfaccettature di cui ha parlato il Cavaliere.

Le prime avvisaglie già ci sono e, non solo da parte sua, ma anche degli interlocutori europei che comprendono di dover ammorbidire il loro atteggiamento, in passato troppo noncurante nei confronti dell’Italia, abbandonata a se stessa nella gestione di un fenomeno che invece riguarda l’intera Unione. Se ne è resa conto la stessa cancelliera tedesca Angela Merkel che ha lanciato un segnale evidente al neoministro dell’Interno. «Gli italiani si sono sentiti lasciati soli nel compito di accogliere così tanti migranti», ha ammesso in un’intervista alla «Frankfurter Allgemeine am Sontag».

Sulla stessa linea anche il presidente francese Macron. Salvini ha fiutato l’aria ed ha subito risposto dando un colpo al cerchio e uno alla botte. All’esordio tipicamente salviniano «la Tunisia esporta galeotti. Basta con la Sicilia campo profughi dell’Unione», esordio contestato dalle autorità tunisine, ha fatto seguire un invito-monito lanciato in un tweet: «Occorre buonsenso. Quello degli sbarchi e dell’accoglienza di centinaia di migliaia di “non profughi” non può continuare ad essere un problema solo italiano. O l’Europa ci aiuta a mettere in sicurezza il nostro Paese, oppure dovremo scegliere altre vie». Poi, però, è passato a una più conciliante disponibilità «a dialogare con tutti per risolvere i problemi». L’offerta al dialogo di Salvini, invero, è passata anche attraverso l’elogio del suo predecessore al Viminale, il piddino Marco Minniti: «Ha fatto un discreto lavoro, quindi non smonteremo nulla di ciò che di positivo è stato realizzato, lavorerò per rendere ancora più efficaci le politiche di controllo, di allontanamento, di espulsione - aggiungendo - se qualcuno ha fatto qualcosa di utile e intelligente per il mio Paese, anche se indossava una diversa maglietta, sarebbe sciocco non riconoscerlo».

Non è difficile prevedere che il percorso del ministro dell’Interno seguirà un doppio binario, uno più «ideologico», rivolto all’elettorato, e uno pragmatico rivolto invece a fronteggiare l’emergenza.

Salvini ha già fatto sapere che l’Italia domani (oggi per chi legge) dirà no all’ipotesi di riforma del regolamento di Dublino che sarà in discussione al vertice dei ministri dell’Interno europei che si tiene in Lussemburgo: «Il documento invece di aiutare, penalizzerebbe ulteriormente l’Italia e i Paesi del Mediterraneo facendo l’interesse di quelli del Nord Europa». E la riforma del regolamento sul sistema d’asilo europeo sarà pure il banco di prova sul tema migranti per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte al vertice dell’Unione europea che si terrà a fine mese.

La linea scelta da Salvini si basa essenzialmente su tre punti: stop agli sbarchi, più espulsioni e più accordi con i Paesi di origine. «Pregare e commuoversi non basta - ha commentato Salvini dopo il tragico naufragio al largo della Tunisia - l’obiettivo è salvare le vite. E questo lo si fa impedendo le partenze dei barconi della morte che sono un affare per qualcuno e una disgrazia per il resto del mondo».

Se il programma di Salvini sull’emergenza migranti riuscirà a ottenere buoni risultati, ovviamente, potrà dirlo solo il tempo. Il compagno-rivale di partito Roberto Maroni, pure lui in passato ministro dell’Interno, suggerisce prudenza a Salvini. Chi siede al Viminale, è il parere di Maroni «non deve fare grandi annunci e fare troppo il politico. l’immigrazione è un tema complicato.

Rimandare a casa i migranti non è così semplice». Ma questo, Salvini, politico navigato e di lungo corso, lo sa bene e, come titolare del ministero dell’Interno, è il primo fra gli italiani a non avere avere alcun interesse a favorire lo scontro su un tema così delicato. Le strategie seguite sino ad ora, oggettivamente, si sono rivelate inadeguate, la speranza è che un po’ più di fermezza con i partner europei possa portare quei risultati finora mancati.

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