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«Signori parroci, non toglieteci l'incenso»

incenso

È l'odore della religione, un pezzo di vita, il vero trait d'union fra fedeli di moschee e chiese di tutto il mondo, eppure l'incenso sta scomparendo. Non come la vaniglia di cui si fa un gran parlare per i risvolti sul prezzo di dolci e gelati, ma nel silenzio, nella discrezione di chi deve andarsene senza averlo scelto. Soppiantato talvolta dalla debole essenza di rosa anche nelle funzioni più solenni, l'incenso manca persino all'offertorio, nel momento di incensare (non a caso si dice così) l'altare con il turibolo denso di fumo, è scomparso anche nelle messe di esequie, quando quell'essenza unica e intensa che avvolge per l'ultima volta il corpo del defunto può essere di conforto, di piccola anestesia nel dolore di chi resta. Non è una questione di costi: i grani di incenso, che da sempre arrivano dal Medio Oriente, ora soprattutto dalla Grecia, vengono pagati 5-7 euro ogni 200-250 grammi e le chiese, riferiscono i parroci, ne acquistano in quantità sufficienti per anni.

E allora perché l'incenso cede il passo all'odore del nulla? Dicono gli storici della Chiesa: l’incenso è uno dei segni più importanti della liturgia, ma non il principale; rappresenta la preghiera e la venerazione verso Dio, l’onore reso ad una persona. Ne parlano ampiamente le Sacre Scritture: Zaccaria, padre di Giovanni Battista «officiava davanti al Signore... gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l’offerta dell’incenso» si legge nel Vangelo di Luca; il salmo 141 di Davide recita «come incenso salga a te la mia preghiera».
La liturgia però si evolve e cambia, si modificano persino alcuni versi del Padrenostro, funzioni un tempo singole sono diventate collettive: si pensi al battesimo, in passato celebrato sempre alla fonte battesimale, nelle messe mattutine e per un solo neonato, ora di frequente rito di massa per bimbi tenuti svegli fino alla mezzanotte a Natale, a Pasqua.

Ci sono parrocchie che limitano l'uso dell'incenso ad alcune ricorrenze, in altre l'essenza inconfondibile della preziosa resina è del tutto scomparsa, cancellando per sempre quel senso di solenne ma accogliente silenzio in cui tanti si rifugiano a chiesa vuota. E quanti, ora bambini e adolescenti impegnati in catechismo e attività di oratorio, diventeranno adulti senza la memoria olfattiva della religione e, in fondo, del loro tempo migliore? Sarà che la fede comincia là dove la ragione finisce, diceva Kierkegaard, ma non bisogna essere esistenzialisti o bigotti per accusare il colpo di questa lenta agonia di un elemento essenziale del culto, tanto importante nel nostro modo di essere che milioni di italiani, anche miscredenti, persino atei, profumano abitualmente con bastoncini d'incenso le loro abitazioni e i luoghi di lavoro. Perché è un'esperienza olfattiva gradevole, intensa, che favorisce la concentrazione, è anche un rimedio naturale gettonato da chi ama l'erboristeria.

Papa Francesco parla spesso dell'incenso, in una sua meditazione lo ha descritto come componente insostituibile della benedizione: «Quando io benedico Dio, dico bene di lui e faccio come l’incenso che si brucia». Per confortare i celebranti nella loro missione, Bergoglio ha detto in un'omelia: «La nostra stanchezza, cari sacerdoti, è come l’incenso che sale silenziosamente al Cielo. La nostra stanchezza va dritta al cuore del Padre».

E' vero che la fede deve saper accettare i dogmi, superare i dubbi agitati dalla razionalità, ma noi credenti materialisti, o laici vicini alla religione, abbiamo bisogno di segni esteriori, dobbiamo poter rafforzare con la percezione emotiva la nostra debole volontà. Ci hanno insegnato a fare in questo modo, i momenti più belli e difficili della nostra esistenza portano questo imprinting neurosensoriale... Per favore, signori parroci, non toglieteci l'incenso.

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