Martedì 26 Marzo 2019 | 17:03

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La strategia di Salvini, l’ingenuità di Di Maio

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Le ultime vicende consacrano Matteo Salvini come il politico italiano dotato di maggior talento. La lungimiranza della sua strategia è da apprezzare in un tempo in cui si vive di effimere dichiarazioni sui social. Dapprima ha svecchiato la Lega, togliendole di dosso l’abito nordista e secessionista, per farne un partito nazionale. Poche e chiare direttrici: sovranismo e populismo. È partito così l’attacco, prima accettando l’alleanza con Berlusconi e sfruttandolo come lasciapassare per un eventuale governo del centrodestra e poi svincolandosi per abbracciare i 5Stelle.

In quel momento il suo capolavoro di strategia politica ha cominciato a prendere forma. Nelle lunghe trattative con Di Maio e soci ha condotto lui i giochi pur facendo apparire il contrario. 

Con il leader dei Cinquestelle che non si accorgeva delle sabbie mobili in cui si stava avventurando. Salvini mostrava di acconsentire a tutte le richieste dell’altra parte, fissando però tre paletti: il primo, no a Di Maio premier; il secondo, Savona ministro dell’Economia a tutti i costi; il terzo, che le prime due condizioni divenissero di dominio pubblico.

Con queste premesse il fallimento del tentativo del prof. Conte era assicurato. Se infatti per i grillini e per Di Maio l’obiettivo era andare al governo, per Salvini questo era solo l’obiettivo di facciata. Quello vero era e resta il ritorno immediato alle urne, per sfruttare il vento in poppa della Lega - con ogni probabilità ulteriormente rafforzato dalle ultime vicende - e diventare l’indiscusso capo del centrodestra a furor di voti, scalzando l’ottuagenario Berlusconi e assestando il colpo di grazia a Forza Italia.

Aver reso pubblico il dissenso con il Quirinale sul ministro Savona ha portato a estremizzare lo scontro facendo sì che nessuna delle due parti potesse accettare di perdere la faccia. Lo dimostrano il rifiuto ad accogliere la nomina di Giorgetti, suo braccio destro, e il tono cordiale mostrato nell’incontro avuto nel pomeriggio di domenica con Mattarella che, a lui e a Di Maio, aveva anticipato quali sarebbero state le conclusioni dell’incontro con Conte, convocato per subito dopo.

In quel colloquio pomeridiano Salvini ha avuto la conferma dell’efficacia della sua strategia, Di Maio non ha invece capito di essere stato usato. Con una reazione scomposta, ha chiesto lo stato d’accusa per il presidente della Repubblica, il quale - è bene ribadirlo - si è limitato a esercitare una sua precisa prerogativa, come hanno fatto in passato i suoi predecessori. Del resto se il presidente della Repubblica non può dire un no, che senso ha la liturgia di conferire l’incarico e poi di aspettare le proposte del presidente del consiglio incaricato?

Si contano a decine nella storia repubblicana i nomi di candidati ministri cassati o «imposti» dal Capo dello Stato. Solo che questa fisiologica dialettica si svolgeva nelle ovattate stanze del Quirinale, senza trasformarsi mai in un pubblico braccio di ferro. L’errore tattico di Di Maio è stato proprio questo: non impedire che il ministero a Savona diventasse una pubblica sfida al Colle.

A Salvini dell’impeachment di Mattarella non interessa nulla. Non perché conosca meglio di Di Maio la Costituzione - per la verità in queste ore discettano di diritto costituzionale anche gli ultimi spettatori del Grande Fratello - ma semplicemente perché ha raggiunto il suo vero scopo.

Adesso chi veramente rischia di restare nell’angolo è il candidato premier grillino. Tanto per cominciare deve affrontare la sfida lanciata a caldo da Di Battista. Domenica pomeriggio, con uno scatto degno del miglior Usain Bolt, un attimo dopo la rinuncia di Conte ha annunciato che tornava in politica e si ricandidava. Una mossa che potrebbe portare all’acuirsi degli attriti fra le due anime da sempre esistenti nel Movimento.

È ragionevole prevedere una migrazione di elettori pentastellati verso un più rassicurante approdo leghista. E proprio per questo - ma non accadrà - Di Maio e i suoi dovrebbero a questo punto cercare di allontanare il ritorno alle urne. Votare la fiducia a Cottarelli potrebbe essere la mossa del cavallo che scompagina la strategia di Salvini e consente di approvare una nuova legge elettorale che non porti a situazioni come quella in cui ci troviamo. Votare ancora con il Rosatellum significa infatti rischiare di ritrovarsi di qui a qualche mese in un nuovo stallo. E a quel punto le cose, per il futuro di questo Paese, si metterebbero veramente male. Al di là di tutto il profluvio di parole su democrazia e volontà popolare con cui più d’uno si sta riempiendo la bocca.

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