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Addio Philip Roth, che piacere leggerti

L’autore tradito dal Nobel, definì «provinciali» gli accademici

Philip Roth

Potrebbero «approfittare» del rinvio di un anno del Nobel 2018 e assegnargli nel 2019 un inedito premio alla memoria. Un alloro postumo a uno dei grandi autori del ‘900 che avrebbe il sapore dell’autocritica da parte degli accademici di Svezia, in questi mesi nella bufera perché lambiti da scandali sessuali. Vero è che l’autonomia e persino l’imprevedibilità sono caratteristiche distintive del Nobel per la Letteratura e che dunque non vi fu mai alcun «obbligo» nei confronti di Philip Roth, scomparso ieri all’età di 85 anni senza aver aggiunto quel riconoscimento al Pulitzer del 1997 per Pastorale americana, ai National Book Award e alla prestigiosa Gold Medal per la narrativa di cui già si fregiarono Dos Passos e Faulkner.

Verrebbe da pensare che Roth, con uno dei paradossi distintivi dell’ebraismo della diaspora americana (pensiamo al cinema di Woody Allen), abbia per così dire «tolto il disturbo» giusto durante il fermo del Nobel, stanco di aspettare un altro anno per non vincerlo. Certo, è assurdo che Roth non figuri nel novero degli ebrei americani che lo hanno ottenuto negli ultimi quarant’anni, ben quattro: Saul Bellow (nato in Canada), Isaac Bashevis Singer (nato in Polonia), Iosif Brodskij (nato nell’Urss) e Robert Allen Zimmerman, alias Bob Dylan. A dispetto dell’abituale disincanto, Roth manifestò la sua stizza cinque anni fa, bollando gli accademici di Stoccolma con un giudizio netto che non deve averlo favorito in seguito. Disse in tv: «Ho sempre corso con cavalli molto veloci: William Styron, E.L. Doctorow, John Updike e Joyce Carol Oates (parimenti traditi dal Nobel, ndr). Ma il comitato del Nobel non è d’accordo con me. Ci giudicano provinciali. Beh, provinciali saranno loro».

Nel 2013 Roth aveva smesso di scrivere e si era dedicato a leggere, soprattutto saggi di storia americana; «finalmente» aggiunse, segnalando che la passione, il piacere, il privilegio della pagina sono ormai coltivati da una minoranza e non solo per colpa di Internet e dei social. «Penso che l’estinzione di un pubblico di lettori seri peggiori a ogni decennio. Non vedo che cosa possa invertire tale tendenza». Eppure l’autore che con Lamento di Portnoy alla fine dei Sessanta si era imposto come una star in tutto il mondo, ogni anno attendeva con trepidazione la «chiamata da 1,4 milioni di dollari» del Nobel nell’ufficio del suo agente, il leggendario Andrew Wylie soprannominato «Lo squalo». Attesa vana, prima di fare mesto ritorno nella fattoria del Connecticut, residenza elettiva insieme alle case nella natia Newark e nella vicina Manhattan (Upper West Side), scenario di molte delle sue storie.

Philip Roth, Towering Novelist Who Explored Lust, Jewish Life and America, Dies at 85. Così ha titolato la home page del «New York Times». Towering, cioè torreggiante o svettante nell’esplorare la lussuria, la vita ebraica e l’America. Ma esiste e cos’è mai una scrittura ebraica? Ha a che fare con il contenuto di un libro? Il nevrotico ed erotomane Alex Portnoy che si confessa sul lettino dello psicoanalista fu all’epoca apparentato a Zeno Cosini, protagonista della Coscienza di Italo Svevo, a sua volta ebreo e affetto dalla inazione o inettitudine che ostruisce ogni (illusoria) felicità. Del resto, Roth custodiva fra i ricordi belli - le fotografie sorridenti sul web lo testimoniano - la conversazione durata ben quattro giorni nella casa torinese di Primo Levi, nel settembre 1986, pochi mesi prima del suicidio dello scrittore di Se questo è un uomo e Il sistema periodico.

Roth, intervistato dalla «Paris Review» negli anni ‘80, sostenne che non esiste affatto una «qualità ebraica dei libri», se non nei termini di una particolare sensibilità: «il nervosismo, l’eccitazione, la vis polemica, la drammatizzazione, l’indignazione, l’ossessività, la permalosità, la teatralità, ma, soprattutto, la verbosità» (corsivo nel testo originale, ndr). Parlava in particolare del suo Lezione di anatomia e decretò: «A rendere ebraico un libro non è ciò di cui parla, ma il fatto che non la smetta mai di parlare».

Ebbene, Roth non ha mai smesso di parlare e la sua forma narrativa, il suo stile terso fino alla perfezione, il suo ego smisurato, in una trentina di romanzi nell’arco di oltre mezzo secolo, diventano via via una voce essenziale del secondo ‘900 e fino ai giorni nostri. La «lussuria» (lust), ricorda il NYT. Sicuro, ma anche il declino o il fallimento dei suoi protagonisti, alter ego come Nathan Zuckerman e «l’animale morente» David Kepesh, scandiscono la tragicommedia dell’età che reclama la resa, nonostante il desiderio - non solo erotico - continui a urlare (tema rothiano per eccellenza, deriva e approdo del suo nichilismo).

In esilio persino al centro del palcoscenico, come in Shakespeare... È l’esito di L’umiliazione del protagonista Simon Axler, cui Al Pacino darà corpo in un film del 2014, memoir e abbrivo al viale del tramonto, tra la relazione con una giovane lesbica e una prova di Re Lear (Roth fu quasi sempre scontento degli adattamenti cinematografici dei suoi romanzi).

Nato in New Jersey nel 1933 in una famiglia della piccola borghesia ebraica, egli ha scandagliato ossessivamente la storia familiare, una mise en abyme vertiginosa, ironica, talora distopica della storia degli States. Addirittura in Il complotto contro l’America immagina l’ascesa alla Casa Bianca nel 1940 dell’antisemita e filonazista Charles A. Lindbergh, l’eroe dell’aviazione. «Non sei tenuto a venerare la tua famiglia, non sei tenuto a venerare il tuo paese, non sei tenuto a venerare il posto dove vivi, ma devi sapere che li hai, devi sapere che sei parte di loro», si legge in Pastorale americana ed è profonda l’assonanza con Cesare Pavese, il langarolo innamorato dell’America di La luna e i falò: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via».

Che il sesso sia una promessa contro la morte non è una scoperta del «professore di desiderio» della letteratura americana, struggente e favoloso libertino in un paese a vocazione puritana, il quale sapeva quanto quella promessa sia destinata a essere delusa, sempre, per ogni uomo. Ecco Everyman del 2006: «Sua madre era morta a ottant’anni, suo padre a novanta.... Non poteva andare via. La tenerezza che sentiva era incontrollabile. Come il desiderio irresistibile che fossero tutti ancora vivi. E che tutto potesse ricominciare da capo».

Ma non è così e al massimo si può ricominciare a scrivere o a leggerti, Philip Roth.

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