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«Dogman» di Garrone verso un premio a Cannes

Dogman

Romanza criminale di Matteo Garrone: Dogman è melodioso e tragico, poetico e grottesco. Il film trova ispirazione in un caso di cronaca nera del 1988 («Il canaro» della Magliana che seviziò e uccise un delinquente della periferia romana), ma se ne distacca e diventa una nuova «favola crudele» nella galleria del regista cinquantenne, da sempre interessato all’orrido o al fantastico come altra/vera faccia del reale.

Deformazioni, astrazioni, concrezioni ricorrono nel suo cinema «tenebroso», da L’imbalsamatore (2002) a Il racconto dei racconti (2015).

Da ieri nelle sale italiane, Dogman è stato accolto con un lungo applauso dal pubblico di Cannes e chissà che non trovi un posto nel Palmarès del festival francese, donde Garrone tornò due volte con il Grand Prix, nel 2008 per Gomorra e nel 2012 per Reality.
È ancora sugli schermi il «felliniano» Loro di Sorrentino e vien da pensare che anche Garrone sia un erede del Riminese e della sua aurea vena antropologica. Novelli Castore e Polluce, i dioscuri del cinema italiano di oggi - come un tempo Fellini e Antonioni, poi Bertolucci e Bellocchio - si completano a vicenda persino quando sembrano contraddirsi.

Dal Divo su Andreotti a The Young Pope, fino a Loro incardinato sul Berlusconi ormai senile, Sorrentino si è votato all’esplorazione dei potenti, nella cui filigrana lascia affiorare e satireggia tic e tabù nazionali. Invece Garrone scandaglia la «microfisica del potere», per dirla con il filosofo Michel Foucault, che circola nelle relazioni sociali, fin giù nelle sentine. Sì, perché il degrado e lo svuotamento di senso parlano comunque di noi, della nostra volontà di potenza a petto dell’impotenza, dell’impossibile riscatto in certi contesti, della libido malcelata nella violenza.

Sceneggiato da Garrone con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, Dogman racconta la vita quotidiana di Marcello, che gestisce un piccolo negozio di toelettatura per cani («il canaro», appunto) in un indefinito spazio periurbano, né città né campagna. È uno scenario da residence post-apocalittico, con residui circensi negli spazi comuni, relitti umani troppo umani e scorie metafisiche (set nel Villaggio Coppola lungo la via Domitiana, in Campania). Marcello è una specie di... sottoproletario piccolo piccolo (inevitabile il ricordo del Borghese di Cerami e del film di Monicelli con Sordi), il quale si trova di gran lunga più a suo agio con i randagi che con gli umani. È separato dalla moglie e si rallegra soltanto quando sta con la figlioletta Sofia (Alida Baldari Calabria). Frequenta un ex pugile suonato, il violento e cocainomane Simoncino (Edoardo Pesce), del quale è succube al punto da finire in carcere pur di non tradirlo. Ma all’ennesima angheria subita, Marcello metterà in atto la sua vendetta...

Lo sguardo inebetito e candido e la bizzarra cadenza romanesca-calabrese del protagonista Marcello Fonte, strepitoso attore non professionista, «fanno» la storia. La cinepresa di Garrone non lo molla un istante, lo pedina e lo scruta, mentre affonda come una lama nel corpo vivo/morto dell’ambiente clanico, tribale, rinserrato in se stesso del quartiere. Dogman è una Gomorra pre-Gomorra, dove i buoni e i cattivi si confondono e si scambiano le parti in un perenne gioco a perdere per tutti. Oltre alla scena del piccolo animale «congelato» e poi salvato, che sta sollevando qualche polemica, il film riserva alcuni momenti memorabili. Per esempio, la corsa verso casa in motocicletta del protagonista con l’amico ferito che gli sviene addosso, e il finale sulla spiaggia dove Marcello urla, ma non viene ascoltato da chicchessia. Proprio come Marcello (Mastroianni) che nell’epilogo di La dolce vita di Fellini (1960) sulla battigia cercava di cogliere le parole nel vento della ragazzina, invano. I tempi cambiano, alla solitudine e al dolore restiamo sordi.

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