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Dicevano i latini: «Quos vult Iupiter perdere, dementat prius». Traduzione: Giove toglie prima la ragione a quelli che vuole rovinare. Chissà chi è il Giove che intende rovinare quello che un tempo passava per il Belpaese, una nazione - per dire - i cui monumenti artistici sono forse ancora più numerosi degli edifici residenziali. Ma per Qualcuno, evidentemente, dev’essere giunta l’ora di chiudere questo paradiso in terra, trasformandolo in una succursale dell’inferno.

Solo così, probabilmente, si spiega la piega che sta prendendo lo stallo governativo più inquietante del dopoguerra. A meno che la politica non sia come l’amore tra super-innamorati, le cui ragioni la ragione non può conoscere.  Se la trattativa per la formazione del nuovo esecutivo ha, diciamo, ignorato, o ribaltato, i precetti costituzionali introducendo, ad esempio, la figura, davvero inedita, del fantasma del premier, cui avrebbe dovuto, e dovrebbe, seguire la sagoma del premier esecutore o passivo, i primi propositi programmatici emersi dai vari «tavoli», destano più apprensione di un intervento al cuore diretto da un ortopedico.

È vero. L’idea di salutare l’euro e di bidonare (per 250 miliardi di euro) una fetta di sottoscrittori del debito pubblico, è stata smentita con una nota ufficiale. Ma il fatto che qualcuno ci abbia pensato e che l’abbia proposto, la dice lunga sul futuro prossimo venturo che attende lo Stivale: un continuo saliscendi sulle montagne russe, con rischi continui per le coronarie e i portafogli.

I mercati non sono rimasti a guardare. Nonostante le precisazioni e le correzioni di rotta, hanno manifestato sconcerto e disappunto. E lo spread ha ripreso a salire come non accadeva da luna pezza. Né poteva essere altrimenti, a meno che non si ritenga opportuno dare importanza alla reazione negativa dei risparmiatori. In tal caso, quale dovrebbe essere il test popolare di ogni misura economica? Un dibattito su Whatsapp? Un sondaggio sui social? Un sit-in sotto l’ombrellone? Bah.
L’Italia, o meglio, gli italiani hanno mille difetti. Ma posseggono una virtù, spesso dimenticata: hanno sempre onorato i loro debiti. Dall’Unità (1861) in poi nessun governo romano ha mai deciso di non rimborsare i sottoscrittori dei titoli di Stato made in Italy. Il che non si può dire di altre nazioni ben più superbe e più robuste della nostra.

Che dovremmo fare adesso? Dovremmo interrompere sul più bello questa tradizione di credibilità e affidabilità, solo perché dilaga la voglia matta di spendere a più non posso e di addebitare all’Europa la causa di tutti i nostri guai? Ma così facendo si rischia il tracollo, prima sulla falsariga della tragedia grega e poi sulla scia dell’autocombustione venezuelana.

Solo l’Argentina, di recente, si è permessa il lusso di non onorare le proprie cambiali. E le conseguenze restano sotto gli occhi di tutti. Ma, perlomeno (non è un’attenuante), i sottoscrittori del debito pubblico argentino erano pressoché tutti stranieri. I sottoscrittori del debito pubblico italiano sono, invece, per il 65%nativi e residenti nella Penisola. Nella migliore delle ipotesi il ripudio di una fetta del debito pubblico nostrano si trasformerebbe in una mega-patrimoniale domestica che, successivamente, metterebbe in fuga, dall’Italia, pure i centesimi. Nella peggiore delle ipotesi, il ripudio del debito scatenerebbe il putiferio sui mercati e l’insurrezione dei risparmiatori italiani. Con buona pace della fiducia sul futuro prossimo venturo, e delle rassicurazioni agli investitori esterni e interni.

Quanto all’uscita dall’euro, c’è poco da discutere. I numeri parlano da soli. Non è colpa della moneta unica se i governi italiani anziché approfittare della riduzione degli interessi sul debito generata dalla novità, hanno riallargato i cordoni della spesa facendo sballare i conti. Chi è causa del suo mal...

Ha dell’inimmaginabile quanto sta succedendo nell’Europa meridionale. Da un lato c’è l’Italia, i cui semi-vincitori alle elezioni del 4 marzo scorso spingono per il divorzio dall’Europa. Dall’altro lato c’è l’Albania, il cui premier Rama non bada a sforzi pur di poter entrare (a breve) nel circolo Unione (Europea). Da un lato c’è l’Italia che si scopre «sovranista» e dall’altro lato c’è l’Albania che si autodefinisce «il Paese più europeista d’Europa».

Queste divergenze parallele tra Roma e Tirana dovrebbero indurre a qualche riflessione. L’incosciente Roma forse è sazia e vuole provare il brivido della fame. La cosciente Tirana, invece, ha ancora fame e vuole provare il piacere della sazietà. Roma vuole imboccare la strada della decrescita felice (ossia infelice). Tirana vuole percorrere la via della crescita felice (quella vera).

Purtroppo, e duole dirlo, non è solo una questione di classi dirigenti il deficit culturale (prima che economico) che sta impoverendo il Paese. È una questione che tocca l’intera comunità nazionale, sedotta più dalla faciloneria che dalla competenza, più dall’ignoranza che dal sapere, più dalla demagogia che dalla democrazia. Sì, perché di questo passo, a rimetterci sarà la stessa democrazia, la cui sopravvivenza è inconciliabile con il ripudio dei patti sottoscritti ora con i propri cittadini ora con gli altri Stati del Vecchio Continente.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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