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Non si può certo dire che fino ad ora la Bulgaria abbia brillato per spirito di iniziativa durante il suo semestre alla Presidenza di turno dell’Unione Europea. Eppure, l’evento che si svolge oggi a Sofia potrebbe essere l’elemento più caratterizzante di questi mesi.

Nella capitale bulgara si tiene infatti il Vertice UE-Balcani occidentali. Il fatto che il summit sia organizzato e ospitato da un Paese che è insieme frontiera – ma soprattutto cerniera – con la regione balcanica, lascia auspicare una discussione produttiva tra i leader dei 27 Stati Membri, stimolata dal Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk e dal premier bulgaro Boyko Borisov.

I temi in agenda sono vari, ma il principale sarà quello della connettività, intesa in termini di infrastrutture che colleghino l’UE alla regione dei Balcani occidentali. L’importanza di questo argomento non è solamente economica (al di là delle opportunità in termini di investimenti che si potrebbero aprire, anche per le aziende italiane), ma è innanzitutto politica ed è finalizzata ad aumentare il livello di integrazione tra l’UE ed i Paesi coinvolti: Albania, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, ex Repubblica iugoslava di Macedonia (nome ufficiale a causa della perdurante controversia con la Grecia) e Kosovo.

Le ragioni sono essenzialmente tre. La prima è il perseguimento e il mantenimento della pace e della stabilità politica nell’area, precondizione per uno sviluppo economico diffuso e duraturo. La seconda è legata alla necessità di governare e limitare i flussi migratori in arrivo dal Medio Oriente attraverso il Mediterraneo orientale: una frontiera più sicura si costruisce non soltanto erigendo nuovi muri (come ad esempio cerca di fare l’Ungheria), ma migliorando il capitale infrastrutturale dei Paesi coinvolti. Collegamenti migliori possono generare grandi ritorni in termini di crescita economica, con benefici indiretti anche per le regioni confinanti da dove provengono i migranti che negli ultimi anni hanno bussato alle porte europee (venendo in alcuni casi respinti). Il terzo, di carattere più strategico e geopolitico, è accrescere la sfera di influenza di Bruxelles su questa regione nei confronti della Russia: un’Unione più ampia e più forte ai propri confini è necessaria per bilanciare le ambizioni di Mosca nei confronti di tutta la fascia orientale che va dal Baltico ai Balcani. Senza dimenticare ovviamente i dibattiti su Iran e dazi statunitensi, temi su cui si cercherà la massima convergenza possibile.

Al di là dell’attuale stallo politico, l’Italia può e deve giocare un ruolo chiave nell’ambito della partita sui Balcani. Il nostro Paese è stato storicamente un protagonista nell’area, e in anni recenti il nostro contributo alla pace e alla stabilizzazione in Kosovo è stato fondamentale. Possiamo agire anche attraverso il coordinamento e l’impulso che svolgiamo in altre sedi, come quella dell’Iniziativa Adriatico-Ionica che si esprime attraverso una cooperazione intergovernativa iniziata nel 2000. La prossima settimana si terrà a Catania il Consiglio Ministeriale della IAI e sarà una possibilità per il nostro Paese di rafforzare ulteriormente i messaggi di apertura verso i Balcani. L’Adriatico, che vede nella Puglia un “ponte naturale” verso la regione balcanica, deve essere inteso sempre più come un golfo e non come una barriera tra le due sponde, per facilitare un avvicinamento teso ad una futura espansione dell’UE. L’inclusione di Serbia, Macedonia, Bosnia-Erzegovina ,Albania , Montenegro già ora membro della NATO , nella “casa” europea dovrebbe essere una priorità da perseguire con successo nel corso del prossimo quinquennio: il 2019, quando si svolgeranno le elezioni europee, è vicino e l’Italia dovrà farsi trovare pronta per tornare ad essere leader.

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