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Silvio e Veronica, in «Loro 2» la biografia di una nazione

Silvio e Veronica, in «Loro 2» la biografia di una nazione

Il berlusconismo come «autobiografia di una nazione». Prendiamo in prestito la definizione che Piero Gobetti attribuì al fascismo per descrivere la chiave narrativa di Loro 2. È da ieri nelle sale la seconda parte del film di Paolo Sorrentino dedicato ai vizi privati e alla pubbliche virtù di Silvio Berlusconi, e viceversa, tra il 2006 e il 2010, quindi dalla caduta del suo terzo governo alla vigilia della fine del quarto e ultimo nel 2011. Nel mezzo, c’è il suo ritorno a Palazzo Chigi nel 2008 grazie ai «famosi» sei senatori che disertarono il centrosinistra.

Il film è sceneggiato da Sorrentino con Umberto Contarello e mostra i momenti della... immoral suasion che fruttò la caduta di Romano Prodi, ma il focus del racconto - ben più che nella prima parte - è sul Berlusconi intimo, familiare, segreto e tuttavia manifesto come un libro aperto. Editore della più grande casa editrice italiana, la Mondadori che acquistò la Einaudi di sinistra, il protagonista allinea nella sua biblioteca una serie di titoli dello Struzzo a fianco delle Pagine bianche, da cui attinge a caso il nome di una signora, chiamata nottetempo per testare la validità delle doti di vecchio venditore.

«L’altruismo è la forma più alta di egoismo», gli ricorda il suo alter ego, un Ennio Doris interpretato dallo stesso Toni Servillo, mentre altre personalità speculari come Fedele Confalonieri (Mattia Sbragia) e Mike Bongiorno (Ugo Pagliai) appaiono, con sfumature diverse, più consapevoli della senilità incombente sull’amico Silvio e, diremmo, sull’intero Paese. Ecco, se Federico Fellini in Amarcord mostrò il fascismo nella luce di una grottesca adolescenza della autobiografia italiana, il «felliniano» Sorrentino si concentra sulla terza età, ovvero sul tentativo di esorcizzare la vecchiaia. Un mood «disperato erotico stomp», per dirla con Lucio Dalla, che precipita nel confronto notturno fra Berlusconi e Veronica Lario.

Nel ruolo della moglie tradita, delusa e non immemore della ragazza innamorata che fu, è insuperabile Elena Sofia Ricci, la quale oltretutto per la prima volta appare in un nudo integrale sullo schermo: scena onirica e bellissima, al pari del flashback in piazza del Duomo. È un clou coniugale, autentico redde rationem / nationem, che chiarifica e corona l’ambizione drammaturgica di Sorrentino. Di là dalla discutibile scelta di dividere Loro in due parti, recensendo la prima su queste colonne (28 aprile) s’era invitato ad attendere il prosieguo per un giudizio compiuto. Ebbene, Loro 2 bilancia e completa la struttura del film. Stavolta l’azione è quasi tutta ambientata nella sontuosa villa in Sardegna e restano in secondo piano il faccendiere pugliese interpretato da Riccardo Scamarcio e i personaggi della corte celeste - azzurra, meglio - con le apiregine olgettine bungabunghine nella temperie del «puttaneggiar coi regi», per dirla con Dante (Inferno, dove se no?, Canto XIX).

Il film approda così a una metafora tanto fosca quanto efficace della nostra malinconica vitalità (ossimoro d’obbligo, siamo in Italia). Nel «corpo del capo» - era il titolo di un illuminante saggio di Marco Belpoliti (Guanda 2009) - Sorrentino scorge in filigrana e lascia intravedere un’antropologia culturale che non si rassegna al decadimento mentre declina. È un problema. Per esempio quando la splendida ventenne Alice Pagani dice a Berlusconi che l’alito di lui le ricorda quello del nonno: «Non è profumato, né maleodorante, è l’alito di un vecchio». Silvio confiderà a Confalonieri: «Non ho avuto il coraggio di risponderle che io e suo nonno probabilmente usiamo lo stesso detersivo per dentiere». Le medesime dentiere che gli anziani terremotati dell’Aquila trovano in dono facendo ingresso nelle case delle new town post-terremoto del 2009.

Sorrentino «fotografa» (luci di Luca Bigazzi) questa fissità o «paranoia» del piazzista incallito e indomito, mentre affiora alla ribalta l’inserto in musical delle belle signorine in palestra che cantano Meno male che Silvio c’è o il surreale promo di uno sceneggiato su Lady D., «Congo Diana, prossimamente in tv», con Sabina Began (Kasia Smutniak). Fino all’epilogo «aereo» di Loro, ancora una volta vagamente felliniano. Memore del Cristo trasportato dall’elicottero all’inizio della Dolce vita, Sorrentino chiude il film con il salvataggio di una statua di Gesù fra le rovine abruzzesi, suggellato da una lenta carrellata. La macchina da presa scorre e si sofferma sui volti dei vigili del fuoco che hanno portato a termine la delicata operazione: c’è chi mangia un panino, chi beve un po’ d’acqua, chi guarda nel nulla, stanco.

Partono i titoli di testa. No, non è un refuso, i titoli di testa sono in coda... La fine è nota, coincide con il sortilegio di un eterno ritorno, e, lo sapete, soltanto «l’astensione benevola» di Berlusconi consentirà - pare - il varo di un governo composto da Lega e 5 Stelle. Loro, lui, noi.

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