Martedì 26 Marzo 2019 | 03:16

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Sostiene Di Maio: o alleanza col Pd o voto anticipato. Sostiene Salvini: o alleanza col centrodestra o voto anticipato. I due quasi-vincitori del 4 marzo scorso coltivano strategie simmetriche e convergenti, anche se a volte non si risparmiano micidiali colpi bassi come fanno Marc Marquez e Valentino Rossi sulle piste del MotoGP.

Di Maio sa che la base grillina non accetterebbe un’intesa con la Lega, perché Salvini non potrebbe mai scaricare l’alleato Berlusconi. Di Maio sa pure che il grosso dei consensi al M5S proviene dai delusi del Pd, il cui crollo elettorale ha sancito il travaso di voti dal Nazareno ai pentastellati. Ovvio, tra i duri e puri del Movimento che, negli ultimi cinque anni, non hanno mai fatto sconti a Renzi e compagni, un matrimonio d’interesse col Pd (sia pure in parte derenzizzato) non provocherebbe alcun salto di gioia, ma la politica è questa. Bisogna fare i conti con i numeri, prima che con i programmi o gli obiettivi strategici.

Luigi Di Maio sa infine che se non metterà lui il cappello sull’intesa M5S-Pd provvederà qualcun altro, in primis l’esploratore Roberto Fico, fino a ieri il capo dell’ala grillina più intransigente verso lo stato maggiore del Nazareno. Ma la politica, si sa, è l’arte dell’impossibile più che del possibile. E l’impossibile, oggi, non esclude un matrimonio ritenuto più inverosimile di una fuga extraconiugale tra Donald Trump e la signora Macron. Non esclude, cioè, la fuitina tra Di Maio e Maurizio Martina (in teoria con la dote del Pd al seguito). Ma non sarà una passeggiata. Anzi, non è neppure detto che il colpo di scena nuziale si verifichi.

È vero che, in un sistema proporzionale, l’ultima parola spetta a chi possiede il potere di coalizione, ossia al partito in grado di svolgere la funzione di ago della bilancia. A condizione, però, che questo partito, determinante per il battesimo di un’alleanza, sia sufficientemente unito. In caso contrario, cominciano i guai.

Il Pd è diviso tra governisti e anti-governisti. Quest’ultimi fanno capo a Matteo Renzi. Inoltre gli anti-governisti si distinguono, a leggere le cronache dal Palazzo, in falchi e colombe, in irremovibili e (presunti) removibili.

Indubbiamente le esigenze e i calcoli di carriera pesano molto nella scelta di militare nel Fronte del No o nel Fronte del Sì all’abbraccio con Di Maio. Ma è altrettanto indubbio che il Pd, tutto il Pd, si gioca il suo futuro, e forse la sua stessa esistenza, nella decisione che sta per prendere in questi giorni.

Il responso elettorale ha parlato chiaro: il M5S possiede il doppio dei voti andati al Pd. E di solito, provvede il pesce grosso a ingoiare il pesce piccolo, mai si verifica il contrario. Se la sente il Pd di accettare un percorso comune con il M5S, da cui - alla fine della fiera - potrebbe subire un irreparabile processo di logoramento e di asservimento?

Non è facile prendere una decisione nelle stanze del Nazareno. Di sicuro i programmi economici di M5S e Pd sono assai più compatibili di quelli tra M5S e Lega. Solo il capitolo previdenza e il jobs act, la riforma del mercato del lavoro voluta da Renzi, vedono i due partiti su sponde lontane. Per il resto, le assonanze superano le dissonanze.

Con la Lega, invece, ci possono essere, da parte grillina, sensibilità condivise su pensioni e in materia di immigrazione e politica comunitaria (e non è detto, dopo le ripetute aperture di Di Maio all’Europa). Ma per il resto, nisba. Un governo tra Di Maio e Salvini sfocerebbe in un tiro alla fune quotidiano su ogni argomento e provvedimento.

Di conseguenza, un governo M5S-Pd potrebbe indurre automaticamente il vertice pentastellato a promuovere un’opa sul partito alleato. Un’operazione che potrebbe vedere la luce anche se nella base grillina dovesse spuntare una folla di dissenzienti e oppositori. Se poi, in seguito alla formazione di un governo M5S-Pd, si dovesse mettere mano alla legge elettorale riformandola in senso maggioritario, beh in tal caso le probabilità di successo dell’opa grillina sul Pd sarebbero superiori alle possibilità del Liverpool di Salah di qualificarsi alla finale di Champions League.

Se così fosse, se si modificasse in questa direzione la scena della politica italiana, allora bisognerebbe mettere in conto un’altra evoluzione: il conflitto su base territoriale tra centrodestra e centrosinistra (quest’ultimo monopolizzato dal M5S). Dati elettorali alla mano, il centrodestra domina al Nord, il centrosinistra domina al Sud.

Già lo preconizza Giancarlo Giorgetti, il più morbido tra i maggiorenti leghisti: il Nord non può stare all’opposizione, se sta all’opposizione, l’area più ricca e produttiva potrebbe riscoprire i vecchi slogan separatistici ultimamente annacquati nei referendum per l’autonomia tenutisi in Veneto e Lombardia.

Ecco, perché, forse, l’incertezza in corso cesserà, almeno per una fase circoscritta, solo con il varo di un governo di scopo o del Presidente. Le altre soluzioni presentano troppe variabili, troppe incognite, troppi veti, troppi rischi. Compreso il rischio di una spaccatura geopolitica della Penisola.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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