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La politica estera chiede un governo che governi

La politica estera richiede  un governo che governi

di Giuseppe De Tomaso

Dipendesse da valutazioni economiche, all’Italia converrebbe restare senza governo per l’intera legislatura. Tanto, le decisioni che contano vengono prese in Europa. I provvedimenti nazionali, specie nella Penisola, di solito tendono a oscurare il quadro economico, perché fare politica, per il 90 per cento di governanti e amministratori vari, significa soprattutto spendere. I risparmiatori sono mal visti, giudicati inadatti alla cosa pubblica, e come tali meritevoli di emarginazioni e ostracismi.

Ma l’economia non l’unica preoccupazione di chi ha responsabilità istituzionali. Fino a quando l’Europa non avrà una guida politica unitaria, le vicende internazionali condizioneranno pesantemente la vita e le decisioni di ogni singolo Stato. Il presidente Sergio Mattarella è un europeista convinto. Sa che il vero ministro del Tesoro dell’Unione, e quindi dell’Italia, si chiama Mario Draghi, le cui mosse sul pompaggio di liquidità, in difesa dell’euro, hanno scoraggiato pure gli speculatori più scafati, allontanandoli dai confini italiani. Sa, Mattarella, che i tempi supplementari di Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi potrebbero durare all’infinito, di sicuro il Paese non correrebbe pericoli, anzi. Ma la politica estera non è come la politica economica. Se quest’ultima può concederci il lusso di non preoccuparci più di tanto per la melina sulla formazione del nuovo governo, la politica estera è assai meno indulgente.

Mattarella ha fatto il ministro della Difesa e ha anche ricoperto incarichi di responsabilità nel controllo dei servizi segreti. Sa, per esperienza diretta (1998-2000) che le crisi internazionali, specie se accompagnate da venti di guerra, impongono interlocutori di governo certi e nel pieno dei propri poteri. Magari ci fosse l’Europa a muoversi con una sola bussola nelle tempeste che si scatenano nel mondo. In attesa che il miracolo unitario si realizzi, tocca ancora ad ogni singolo governo nazionale farsi trovare pronto davanti a ogni emergenza.

Deriva da questa considerazione, dall’esigenza cioè di un governo attivo al cento per cento, il pressing di Mattarella sui partiti affinché il nuovo esecutivo venga battezzato in tempi ravvicinati. Ha provveduto la crisi siriana a dare, indirettamente, un colpo di acceleratore alle iniziative del Quirinale. Se gli Usa, con gli inglesi e i francesi, non fossero passati alle vie di fatto, sganciando qualche ordigno sulla nazione di Assad, probabilmente la «persuasione morale» da parte del Colle, a beneficio di una soluzione immediata della crisi politica, sarebbe risultata assai più blanda.

Ma, ecco il punto dolente, può un Paese permettersi di restare a lungo senza un governo, rinunciando di fatto alla propria politica estera? L’odierna vicenda italiana è ancora più curiosa e bizzarra (diciamo) alla luce del fatto che dopo il 4 marzo si sono perse le tracce del titolare della Farnesina, Angelino Alfano, che - non essendo stato rieletto in Parlamento - ha preferito eclissarsi. Di conseguenza: non solo non c’è un governo in grado di assumere decisioni rilevanti sulla scia dell’ultimo mandato popolare, ma il governo rimasto in carica per l’«ordinaria amministrazione», non può disporre, durante il conflitto siriano, della figura del ministro degli Esteri. Di fatto, il capo del governo si è trasformato nel capo della nostra diplomazia. Il che non costituisce uno scandalo, ci mancherebbe, ma la dice lunga sulla condizione di provvisorietà ed eccezionalità in cui si ritrova lo Stivale di fronte al più grave e pericoloso patatrac internazionale dopo la fine della guerra fredda.

L’anomalia e l’eccentricità di questo scenario sollecitano una riflessione più profonda. Riguarda l’instabilità strutturale del sistema politico nazionale, che sembra destinato a battere tutti i record di non governo o di ingovernabilità. È soprattutto la politica estera a richiedere un sistema istituzionale ed elettorale in grado di assicurare stabilità e governabilità. Fino a quando ne sarà sprovvisto, il Paese non avrà modo di incidere neppure sulle scelte più routinarie, figuriamoci su quelle più dirompenti.
Servirebbe una stagione costituente. Servirebbe la riproposizione di una Grande Riforma che dia sicurezza, prestigio, durata e autorevolezza ai governi italiani. Ecco. Servirebbero quei correttivi decisionali che, ora per una ragione ora per un’altra, non hanno mai visto la luce in Italia, e quando qualcosa è stato fatto (vedi la riforma del Titolo Quinto della Costituzione) i contraccolpi si sono rivelati più devastanti di un uragano.

Mattarella, forse per ragioni ed esigenze internazionali, sarà costretto a dare e dire la linea politica al governo che verrà. Sarà pure costretto, suo malgrado, a vigilarne la tenuta e l’operato. Sarà infine indotto, forse, a rivolgere un appello a tutti i nuovi parlamentari affinché comincino a studiare nuove regole del gioco che diano forza, autonomia e credibilità a chi governa.
Tifiamo per quest’ultima prospettiva. Ma non ci facciamo illusioni. Coloro che lamentano lo scarso peso dell’Italia nel mondo e in Europa, sono coloro che più si oppongono a soluzioni legislative per governi davvero in grado di governare.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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