Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:35

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di Tonio Tondo

Il Papa venuto da un paese «quasi alla fine del mondo» venerdì verrà nel Salento ad Alessano a pregare sulla tomba di un vescovo, don Tonino Bello, nell’estremo lembo d’Europa, il «De Finibus terrae» di Santa Maria di Leuca. È partendo dalle periferie che la Chiesa cerca di rinnovare la linfa vitale. Nelle terre dei margini lo spirito umano sembra più accogliente e pronto all’audacia e al coraggio, così la Chiesa trova più ascolto per rilanciare la sua sfida contro le ideologie della secolarizzazione.

Molte cose uniscono papa Francesco e don Tonino. Intanto, gli anni della nascita: il Pontefice è nato a Buenos Aires nel 1936, don Tonino ad Alessano nel 1935. Bergoglio proviene da una famiglia di emigranti italiani. È cresciuto in un quartiere di poveri, dove è diventato sacerdote. Di Buenos Aires, metropoli argentina con grandi contraddizioni, è stato arcivescovo. I quartieri poveri delle grandi città, ricorda spesso, rappresentano le periferie dove la Chiesa è chiamata a comportarsi come «ospedale da campo». Soccorso attivo e misericordioso delle persone più fragili, abbandonati socialmente e isolati umanamente. Poveri trattati da «scarti». È in questi contesti lacerati che nascono e crescono gli eroi della solidarietà concreta.

RICHIAMO - Don Tonino, orfano di padre a dieci anni, aveva vissuto in una piccola casa che si affaccia sulla piazza della Chiesa matrice di Alessano. Una porta del centro storico. Famiglie minute, alle prese con i problemi del cibo quotidiano. Le strette vie e i vicoli comunitari, con la loro vita fatta di concretezza e di sacrificio. Il suono della campane e le voci delle persone don Tonino li ha sempre portati con sé, una memoria di vita, un ancoraggio umano e di semplicità cognitiva formidabili. Scrive a Giancarlo Piccinni, suo ex allievo del liceo classico di Tricase, medico cardiologo e attualmente presidente della Fondazione «Don Tonino Bello»: «È passato un mese dalla mia venuta a Molfetta, e in questi giorni sto sentendo più vivo che mai il richiamo del passato: la mia parrocchia di Tricase, la mia gente di Alessano, i miei amici, a cui davo del tu e che chiamavo per nome, la mia storia e la mia geografia povera ma bella… mi hanno lasciato un vuoto enorme che mi fa soffrire».

Con i poveri i pensieri raffinati non servono. Meglio le metafore e gli aneddoti. Le parole più potenti sono le più semplici. Nelle regioni sterminate dell’America Latina, decisive per le sorti del Cristianesimo, il nome di don Tonino non era sconosciuto, né veniva affiancato alla teologia della liberazione che aveva fatto breccia anche tra i religiosi. C’è chi sostiene che Bergoglio, in un incontro a Lima, capitale del Perù, a un giovane sacerdote che domandò a quali uomini della Chiesa far riferimento per indicare il cammino giusto, rispose con gioia: «C’è un vescovo italiano, di nome Antonio Bello, che ha fondato l’Ordine della Chiesa del grembiule». Una Chiesa operosa, che non sta con le mani in mano, che vigila ed è pronta e si affianca alle persone: non una ong, come ha detto più volte il Pontefice, ma testimone concreta del messaggio cristiano. Due i fronti degli avversari di questa Chiesa, ricordati anche nell’ultima esortazione del Pontefice, «Gaudete et exsultate» sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo: la presunzione della conoscenza e della ragione di poter autonomamente dare ogni risposta ai problemi dell’esistenza e del mondo e il pelagianesimo, antico e sempre presente, di fare a meno dell’azione della Grazia nella ricerca della salvezza. Due avversari temibili: l’intellettualismo e la scorciatoia dell’uomo della superbia delle opere attraverso le quali conquistare il Paradiso.

Nell’esortazione Bergoglio ricorda: «La perfezione delle persone è nel loro grado di carità». «Non è la conoscenza a renderci migliori o santi, ma la vita che conduciamo». È in errore chi fa affidamento «unicamente sulle proprie forze e si sente superiore agli altri perché osserva determinate norme o perché è irredimibilmente fedele a un certo stile cattolico». Parole che quasi come una memoria autobiografica ricordano quelle di don Tonino volte a vincere le «vecchie stilistiche clericali» che sbiadiscono l’immagine viva della Chiesa.

IMPORTANZA - Ci sono molte altre ragioni che racchiudono ed esprimono il significato e l’importanza del viaggio, breve e intenso, di papa Francesco in Puglia. L’immigrazione senz’altro. La pace, in primo luogo, di fronte alle guerre vergognose che portano morte soprattutto tra i poveri e gli indifesi, nelle terre vicine di fronte a noi, al di là del piccolo Mediterraneo. Ma in questo viaggio forse c’è un’urgenza ancora più pressante: farsi ascoltare da un’opinione pubblica sempre più distratta, divisa tra gruppi chiusi in se stessi e nelle loro piccole roccaforti di presunte sicurezze e altri gruppi rancorosi e disfattisti. Chiusure di cuori e menti che portano al cinismo e al disinteresse. Testimoni come don Tonino Bello, con il loro amore smisurato per la verità e per il prossimo, emergono dal concreto della storia recente per indicare un percorso sicuro e un orizzonte di fiducia. Un sognatore che «non dorme mai» per vivere con grande passione, ricorda il vescovo di Ugento, mons. Vito Angiuli, nella prefazione al libro «La terra dei miei sogni». Un sognatore che fino alla morte, 25 anni fa, non si è stancato mai «di spronare tutti a coltivare grandi ideali, a non lasciarsi rubare la speranza ad amare tutti». Grazie a questi sognatori concreti e instancabili la Chiesa ritrova «la bellezza della santità» e l’energia per affrontare il futuro.

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