Martedì 25 Settembre 2018 | 05:27

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la riflessione

Non c'è futuro
senza la nostalgia
dei migranti

arrivi e partenze

di OSCAR IARUSSI

La nostalgia non è inclusa tra i beni e i servizi che concorrono al Prodotto interno lordo di un Paese. È una dimensione esistenziale o letteraria, perfetta per una canzone o per un film, e apparentemente estranea all’economia. Eppure non v’è Paese che abbia vissuto una crescita impetuosa senza un apporto decisivo dell’emigrazione interna o esterna: dagli Stati Uniti d’America nei primi del Novecento all’Italia del boom a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, fino alla Germania, che oggi conta circa un quinto dei suoi ottantadue milioni di abitanti con trascorsi da migrante (per non parlare degli ex tedeschi dell’Est). Dicasi lo stesso per il Canada, per alcune nazioni dell’America Latina e per quell’Europa orientale (Polonia, Romania, Ungheria) talmente gelosa del benessere raggiunto di recente anche grazie alle rimesse dei suoi emigranti (moltissime le donne), da coltivare «nuove» forme di nazionalismo e xenofobia, di chiusura allo straniero.

Non si dà «società aperta», per dirla con il celebre libro del filosofo Karl Popper (lo scrisse nel 1945 da esule ebreo austriaco in Nuova Zelanda), senza il contributo di altre culture, di sguardi radicalmente diversi dalla tradizione nazionale, di passioni esogene. E di nostalgia. La globalizzazione sta trasformando il mondo in un unico centro commerciale punteggiato ovunque dagli stessi marchi di telefonini o di abiti, negozi che i turisti visitano a Madrid o a Praga sebbene ne abbiano di identici sotto casa, a Roma o a Bari. Andy Warhol aveva capito tutto mezzo secolo fa: «La cosa più bella di Tokio è McDonald’s. La cosa più bella di Stoccolma è McDonald’s. La cosa più bella di Firenze è McDonald’s. Pechino e Mosca non hanno ancora nulla di bello».

La nostalgia è la residua discontinuità o l’ultimo inciampo-scandalo di questo eterno presente perpetuato dal mercato e radicato nei social network, dove tutto si consuma in un istante. Non devi neppure fare lo sforzo di ricordare la data di compleanno degli «amici», mentre le memorie sono feticci confezionati in album mignon preordinati da Facebook.

Più che lo «scontro di civiltà» preconizzato vent’anni fa dal saggio del politologo statunitense Samuel Phillips Huntington, quella in corso sembra un «conflitto dei tempi». Il passato e il futuro in precaria alleanza contro la tirannide dell’oggi. Usanze arcaiche, lontananze talora minacciose, icone di un altrove che si mette in marcia o in navigazione verso di «noi» potrebbero vivificare le nostre società. Sulle «vie dei canti» di cui scrisse Bruce Chatwin, la nostalgia è un formidabile fattore dialettico: mette in relazione chi è andato via con chi è rimasto, chi arriva oggi con chi sarà qui domani, di passaggio o per sempre.

Certo, non è un processo privo di traumi e sullo sfondo si staglia l’integralismo islamista che vuole «dall’interno» distruggere l’Occidente. Ma chiudere le frontiere della mente (oltre a quelle geografiche), rinserrarsi nel perennemente eguale a sé, tirare linee di demarcazione nell’illusione di evitare ogni «contaminazione», non ci servirà ad alcunché. Né ha molto senso coltivare la nostalgia, questa sì «ideologica», di un mondo «puro» e senza immigrati, semplicemente perché in quell’orizzonte gli emigranti eravamo noi.

Le regole sono necessarie a tutela di società laiche, che a fatica negli ultimi secoli sono riuscite a separare i poteri e a custodire la fede alla giusta distanza dalle armi e dal potere. Da tali conquiste non possiamo tornare indietro, tuttavia senza quella che una volta si chiamava «la malinconia dei bastimenti» (oggi sono le zattere dei naufraghi) è difficile immaginare un’Europa in grado di riscattarsi dal suo declino. Se l’«assenza è più acuta presenza», come recita il poeta, solo la nostalgia dei migranti può ridarci la carica.

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