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Più che ad un naufragio penso ad una fuga, una «fuga all’inglese» in stile Paolo Conte che canta, proprio nel brano Fuga all’inglese, «tanto di noi si può fare senza / e chi vuoi che noti mai la nostra assenza». Ed è tremendamente vero, il mondo va avanti sempre e comunque. E non mi spaventa la fuga, tanto scappiamo sempre e comunque tutti i giorni a tutte le ore da chiunque, se ci pensi. Il naufragio invece mi sa di sfiga, di fallimento tuo o di altri, non mi va di essere un Calibano qualsiasi in una Tempesta qualsiasi. No, meglio la fuga. Fa tanto Steve Mc Queen che scappa da Sing Sing, roba da uomini duri anche se hanno sbagliato.

Cosa porterei con me, di cosa non potrei fare a meno? Ovviamente è un gioco, e come tale devo restringere il campo a soli cinque oggetti.

Escludendo, s’intende, affetti, amori, sentimenti. Solo cinque oggetti, vero? Cominciamo.

PAPPAGALLO - Porterei con me un essere vivente, questo me lo consentite, vero? È un pappagallo. Il mio pappagallo cinerino, una razza di origine africana che ben si adatta ad ogni ambiente. Appartiene alla razza dei pappagalli parlanti, gli dici una frase e la ripete subito. Così avrò qualcuno a cui insegnare qualcosa e da cui sentire una sorta di voce umana. No, qui Cocteau non c’entra. Niente testi teatrali, specie contemporanei. Ho bisogno di sentire qualcuno che parli e Cinerino non riesce a star zitto. E poi Cinerino ha una predilezione per le parolacce. Non so come faccia, ma percepisce subito la differenza fra una parola e una parolaccia. Molto divertente, mette di buonumore.

SPECCHIO - Non per vanità, ovvio. Di cosa dovrei essere vanitoso, della mia bruttezza? Lo specchio, oltre qualsiasi citazione classica o moderna, mi servirebbe a vedere il mio volto che in un’isola deserta sarebbe quello dell’unico essere umano. Sì, ho bisogno di vedere il volto di un uomo o una donna. In pratica, fuggire dalla «pazza folla» ma ricordarmi di quanto possa essere evoluto il singolo, l’amico, il fratello, lo sconosciuto. In fondo noi umani siamo quelli che hanno costruito le piramidi o dipinto la Gioconda o scritto la Divina Commedia. Quello specchio mi farebbe riappropriare della mia identità di appartenente alla razza più evoluta e folle che abbia mai messo piede sulla terra.

ALBUM DI FIGURINE - Sì, proprio quelle figurine dei calciatori anni ’70 che si incollavano con acqua e farina e che non completavi mai, mai. Ti mancava sempre una figurina introvabile della Panini che nessun tuo amico aveva. Neanche lui, il più fortunato o il più ricco di noi ragazzini. Ma sfogliare quelle pagine un po’ gonfie di colla mi farebbero compagnia. Non dimenticherò mai le facce stravolte (non esisteva Photoshop) di Albertosi, Riva, Bedin. Ma soprattutto quei visi che non ho mai visto perché, appunto, figurine introvabili.

DVD DEL FILM IL PADRINO - Un cofanetto che fa bella mostra di sé nella mia libreria contenente i tre film di Francis Ford Coppola più gli inserti speciali. Dove li vedrei? Li conosco a memoria, è solo un fatto affettivo, come la coperta di Linus. Ma ripassare a mente Al Pacino, Marlon Brando o la celebre colonna sonora di Nino Rota mi farebbe sempre compagnia. Ho avuto la fortuna di conoscere Rota quando era direttore del Conservatorio di Bari: uno spasso. Si lamentava dei pochi milioni che guadagnava dai diritti d’autore sulle sue colonne sonore, ma dimenticava che i suoi estratti conto li aveva in dollari, e allora un dollaro quotava moltissimo!

SALVAGENTE - Uno di quelli tondi, a ciambella, con una corda lunghissima. Anzi, dovrei dire «con una cima» perché nel linguaggio di marina le corde si chiamano cime. Perché se qualche naufrago o fuggitivo di questa rubrica mi volesse raggiungere, lo aiuterei lanciandogli da una palma altissima il mio salvagente. Ma a quel punto il gioco del solitario sull’isola finirebbe. Come questa estate calda, marziana, cattiva. Non fa niente, fuor di metafora, sono sempre disposto a lanciare un salvagente per salvare qualcuno o qualcosa.

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