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a 70 anni

Gesù, bentornato Ted!
Neeley in concerto a Bari

«Jesus Christ Superstar»

Gesù, bentornato Ted!Neeley in concerto a Bari

ALBERTO SELVAGGI

Gesù, eccolo! Verbo fattosi carne, praticamente intatto, magro, bassino, delicato, con le efelidi a costellare la pelle delle mani vissute 74 anni. Sereno, solare in camerino, nella tunica che senti appena inumidita abbracciandolo dopo la fatica di cantare con Giuda Iscariota, che nel musical versione italiana è un ragazzo. Amabile dopo l’ennesimo trionfo che sabato sera si è celebrato nel Teatroteam di Bari. Tanto che anche lui, Ted Neeley, leggenda rock planetaria tornata in campo tre anni fa, come Lui, l’altro, merita una genuflessione: Jesus Christ Superstar.

«Hai visto che Dio ha scelto bene? Sei tu il vero Gesù, se canti così a 74 anni», gli faccio notare. Ride posando la mano destra sul cuore secondo iconografia cristiana: «Per me – dice – è una benedizione ogni sera cantarlo. Non mi stanco. Sono profondamente grato». Parte di una vicenda che si fa divina perché troppo umana.

Da quel 1973, anno della trasposizione cinematografica del capolavoro hippy di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber dopo infinite repliche teatrali, e della seconda incisione su doppio album, di Unto in terra non c’è stato altri che lui. E sabato notte un oceano di devoti è sfilato in processione nel Team per venerarlo.

Qualche appassionato di vinile tiene in mano il disco dai solchi profondi. La maggioranza, in testa, stipa la sequenza intera dei brani memorizzati, essendo Jesus Christ Superstar uno dei più grandi successi mai registrati. Lo ha rivisto, ascoltato decine, centinaia di volte per anni.

Ed ecco il Gesù americano elevarsi dietro la scalinata sul palco, annunciarsi al mondo coronandosi: applauso. E poi applausi, e ancora applausi, a ogni scena, a ogni quadro che si inanella secondo la pratica operistica dei leitmotiv, dal tema in minore del vero protagonista, il nero Giuda, sulla cui prospettiva apocrifa è letto il dramma: riff RE-MIb-DO-RE.

La produzione ha puntato tutto sul live e anche la band, che nella prima versione del 1970 venne pescata in parte dal giro di Joe Cocker, suona con impatto raddoppiato per un’opera rock orchestrale: intersezioni chitarristiche dai suoni gibsoniano e fenderiano, secondo scuola metal e hard, due tastiere, basso, batteria, tromba dislocata sull’impalcatura che regge parallelepipedi lucenti d’ambra, il maxi-schermo sul quale scorrono frasi evangeliche, soprattutto di Marco e Luca, e si materializzano repliche dei 24 guidati da Roberto Croce, ballerini, trampolieri, acrobati. La brava Maddalena del Jesus Christ Superstar di Massimo Romeo Piparo è impersonata da Simona Di Stefano, che non fa rimpiangere molto l’ineguagliabile dolcezza sensuale della star Yvonne Elliman. Se la cavano bene anche Giuda, Feysal Bonciani, Emiliano Geppetti, Pilato erede di Barry Dennen: gigante dalla ficcante voce nasale. E impone presenza scenica sotto il copricapo da Caifa Francesco Mastroianni, in timbro di basso puro più che di bass-baritone del bellissimo Bob Bingham della pellicola di Norman Jewison.

Ma i fedeli, tutti, aspettano lui, Ted Neeley: passerà la prova vocale del Gethsemane? Reggerà lo scontro con il traditore appreso alla ragna della fatalità divina che fa tutti «innocent puppet» (fantocci), per poi inerpicarsi nel soliloquio da brividi pieno di Passione mondana? E accidenti sì, Gesù classe ’43, made in Ranger, città degli States, è là che - dopo averlo custodito con tecniche di respirazione mirate - scatena l’urlo di strazio, di morte, di gioia: Padre mio, è l’ultimo dei miei Sette Giorni, ultime Sette Parole cristiane, numero esoterico per antonomasia. Applauso, ovazione, Neeley si prostra sotto i raggi accecanti, lui che con le sue performance bypassò Ian Gillan, all’epoca appena entrato nei Deep Purple, predecessore nella prima stagione dell’opera rock che è una sfilza di hit in culmini di pathos.

E lui, anzi Lui, così dolce, fragile, è ancora lì, ancora vivo nel backstage del teatro, come se nessuna fatica lo avesse piagato con 39 frustate. «Ehi Ted, levati il microfono a cuffia», e lui, stringendomi le mani, caritatevole come farebbe l’Uomo che in chiesa vediamo inchiodato: «No, mi dona. Piuttosto, vedo te stanco, e sei rimasto là in platea ad ascoltare... Fossi stato al mio posto, fratello?». Ne nasce uno Gesù, almeno uno per volta. Visto che sei la prova che Cristo, anche quando sembra morto, risorge.

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