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tradizioni

Il mese di Marzo
nei proverbi lucani

basilicata

di SALVATORE LOVOI

«È marze» così una rassegnata sentenza di Marsiconuovo presenta il carattere bizzoso del terzo mese dell’anno. In aggiunta, nel potentino, si dice «Marzià» ed ancora «marzu jè pacciu». Al confine calabro-lucano troviamo: «Marzu, marzicchiu, n’ura chiovi e n’ura assulicchi». Proverbi si che s’associano al più noto «marzo pazzerello, esce il sole e prendi l’ombrello».
Tutti questi antichi adagi confermano il clima altalenante del periodo. Ciononostante il mese, che i romani dedicavano a Marte – dio della guerra - dava il via alle campagne militari. mentre in tutto l’universo rurale s’iniziano i lavori dei campi con i rami della potatura bruciati per purificare e concimare il suolo con la cenere. «Far lume a marzo» rimanda all’accensione dei fuochi nuovi, in onore di Vesta, protettrice della terra, chiaro simbolo di rinascita, in Basilicata, nei falò di S. Giuseppe.

Contrassegnato dal transito da una stagione all’altra con l’equinozio primaverile preserva bruschi cambiamenti del tempo. Non a caso per natura instabile è affratellato agli altri mesi precedenti con «Jennaru, Frivaru e marzu su ‘i tri cavalieri». Ne sanno qualcosa gli allevatori che mettono al riparo il bestiame. Infatti «Quannu marzu voli fà/ li vurpi faci assulacchià, quannu vota ìu cappieddru (per il vento) ‘ncuorpo a la vacca chiatra (gela) ‘u vitieddru». Oltre ai bovini pericoli anche per gli ovini «Se marz’ se vota ‘u cappieddr né pequere, né ainieddre», e per gli esseri umani perchè «Si marzu ‘ngrogna – infierisce - ti fà saltà l’ogna».

Nel calendario quaresimale della val d’Agri lamenta di essere una sorta di perseguitato «So’ marz’ svinturàt, mai carn’ agg’ mangiat’, semp’ erv’ e pesc’ fritt’, r’ i frat’ mi’ so’ lu cchiù afflitt». Ma vi sono altri motti che lo rendono gradevole tipo: «Viento de marz’, addor ‘e primavera»; «U truonu ‘i marzu nun fa paura» oppure «Arra Nuzziàte (per l’Annunziata, il 25) la rondene è già turnate» e «Marzo fa ‘o fiore e maggio fa ‘o frutto».

Nell’area del Sirino «I truoni ‘e marz’ revegghiene i scurzuni» (svegliano serpenti) ammonendo cercatori di asparagi e funghi. Ai contadini invece si ricorda che: «Quannu sagli lu grui, pungi li voi» (si può arare la terra) e se non piove «Marzu siccu/ faci ‘u massaru riccu/ ma di pecuri nu ri granu». Da qui «Se marz’ non marzegg’ e april’ non verdegg’ giugn’ non festegg» (non raccoglie).

A salutare i giorni che s’allungano troviamo «Marzë Mazòttë tandë lu iournë tandë la nòttë. Sul Pollino per l’aumento della temperatura dicono che «A nìv i marz’ nù rèi (non regge) sup’ ‘o spinazz’». Ma non bisogna abbassare la guardia perché «Marz’ iè mul, si nu gnè a chèp iè a cùd» quello che non fa all’inizio lo fa alla fine. Ne sa qualcosa il pastore punito per un gabbo con un temporale l’giorno, prestatogli da aprile.

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