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L'Italia nascosta di Carlo Vulpio
Quei «tesori» tutti da scoprire

L'Italia nascosta di Carlo Vulpio Quei «tesori» tutti da scoprire

Un viaggio in Italia, nella sua grande bellezza sconosciuta, attraverso luoghi che custodiscono un patrimonio culturale di grandissimo valore di cui non si sospetta nemmeno l'esistenza, nonostante sia sotto gli occhi di tutti. Città, villaggi, chiese, abbazie, affreschi, mosaici e tutte le opere d'arte «nascoste» nella grande provincia italiana che parlano di noi, della nostra storia e di ciò che siamo. Tutto questo è il nuovo libro del giornalista Carlo Vulpio dal titolo «L’Italia nascosta» (Skira Editore) che sarà presentato questa sera, alle 19, nel circolo culturale «Gocce d’autore» di Potenza. Vulpio sarà intervistato da Eva Bonitatibus. Il volume è impreziosito da foto scattate dal «nostro» Tony Vece e da Lucia Casamassima.

È un viaggio in lungo e in largo dell’Italia che tocca anche la Basilicata, alla scoperta di tesori da valorizzare e da far conoscere.

Il nostro Paese non è fatto solo dei monumenti più famosi: tanti paesi, villaggi e chiese dimenticati custodiscono un patrimonio culturale inimmaginabile. A volte persino nelle città più note sono ignorati dei veri tesori. Mosaici, affreschi, statue o documenti di cui non si sospetta neppure l'esistenza. Nel suo libro Vulpio porta all’attenzione degli italiani alcuni luoghi sconosciuti a più che meriterebbero di essere visitati. C’è anche tanto Sud in questo suo viaggio, a cominciare proprio dalla Basilicata e dalla Puglia. Ed ecco allora, ne «I nove cieli di Casaranello», nella chiesa di Santa Maria della Croce, Salento, spuntare il più prezioso dei mosaici bizantini pugliesi, come lo definì Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia. Un portento paleocristiano disteso nel borgo storico di Casarano, che deve indirettamente la sua oscura fama a un cronista non blasonato, Enrico Valente, che ne scrisse negli anni Cinquanta. Così che sotto le pennellate degli imbianchini risuscitarono affreschi italo-bizantini del Medioevo, corone fulgenti della «più importante testimonianza d’arte musiva bizantina, nel suo momento d’oro, sotto Ravenna», li cataloga Vittorio Sgarbi.

Vulpio esuma anche altri tesori sepolti a un tiro di schioppo dalle nostre case. L’autore riannoda i fili di storia, dei bovi che portarono dal porto di Trani la inestimabile donazione del prete notaio Roberto de Mabilia, montepelosino spedito a studiare a Padova, che comprendeva, tanto per gradire, l’unica scultura di Andrea Mantegna, la Sant’Eufemia patrona che magnetizza gli incauti nella Cattedrale. Attribuzione che dobbiamo, sulla scorta della Vita Divae Euphemiae dell’umanista Pasquale Verrone , recuperata dal topo di Biblioteca Vaticana don Nicolino di Pasquale negli anni Ottanta, alla storica dell’arte Clara Gelao.

Per non parlare della Cripta dei cento santi o del peccato originale, che dimostra come e perché Matera non sia soltanto Sassi o sanguinamenti del film The Passion. «Nel buio di una delle grotte che, come finestrelle, dalla parete di roccia carsica… Si può vedere come l’uomo, e la donna, persero il Paradiso».

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