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referendum

Un lungo show Tv
di fragile costituzione

referendum costituzionale

di OSCAR IARUSSI

Abbiamo appena scritto la parola «referendum» come chiave di ricerca nell’elenco delle agenzie di stampa, sul nostro computer in redazione. Sono centinaia le dichiarazioni nelle ultime ore!
Qualunque politico, sindacalista, economista, intellettuale, star della cucina o della moda, regista o cantante, agitatore di vizi privati e di pubbliche virtù, insomma chiunque sia alla ribalta della cronaca per qualche motivo, finisce per dire la sua a proposito del referendum del prossimo 4 dicembre. Oppure viene interpellato in proposito e offre un parere talvolta più umorale che costituzionale.

Tuttavia non risulta che l’ossessione o il virus «Ref» abbia contagiato la maggior parte degli italiani, quella che un tempo era semplicemente «la gente» e oggi si definisce «il paese reale» (segnaliamo il possibile ossimoro: nella tradizione nazionale il paese è immaginario). Magari durante il pranzo domenicale qualcuno chiede distrattamente «Ma voi votate Sì o No?». Il rapido giro di opinioni, se non è interrotto prima dalle pastarelle, si traduce in brevi recensioni televisive, cioè nell’elogio o nella rampogna degli ospiti di questo o di quel programma, che i più giovani quasi sempre non hanno visto. E domani a tavola non mancherà la citazione di una battuta di Fiorello dal sublime sapore andreottiano: «Io voto Forse».
Già, il referendum confermativo della revisione costituzionale è diventato uno show televisivo. Una dimensione catodica che si è rafforzata dopo il confronto tra il premier Matteo Renzi, che alla vittoria del Sì ha legato il suo destino politico (o, meglio, «aveva» legato), e il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, esponente del fronte del No, ospiti su La7 di Enrico Mentana, bravissimo nel coordinare i duellanti.

Si direbbe che Renzi spinga per una personalizzazione dello scontro, recuperando i toni paradossalmente anti-politici e i temi generazionali della «rottamazione» che propiziarono la sua ascesa verso Palazzo Chigi. Del resto, il vero avversario allora come oggi è lo stesso: Massimo D’Alema. Il fronte del Sì attribuisce a D’Alema una pervicace volontà di non cambiare alcunché, perché nulla cambi. Renzi e i suoi dimenticano però che il gattopardismo, persino più del fascismo, è la vera «autobiografia della nazione». E nel romanzo di Tomasi di Lampedusa si legge la celebre affermazione di Tancredi: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

In ogni caso, la Tv sembra affascinata dall’esito della consultazione. Il che è scontato in casa Rai, da sempre in intima corrispondenza col Palazzo di cui si temono i contraccolpi e si ausculta il borborigmo, confondendolo talora con la vox populi. Errore grave, visto che, per esempio, alle ultime elezioni politiche (febbraio 2013) soltanto i sondaggisti, i conduttori e i commentatori televisivi non avevano previsto il boom di Grillo, pronosticato invece dalla cassiera del supermercato, dal benzinaio pakistano e persino da qualche giornalista della carta stampata.

La Televisione non è più quella di un tempo. Enzo Jannacci cantava in milanese che «La televisiun l’ha gà una forsa da leùn», aggiungendo che «t’endormenta cume un cuiun». Traduciamo almeno la prima parte, per dire che «la forza da leone» del piccolo schermo è andata scemando negli ultimi anni. La Televisione «generalista», come la chiamano gli addetti ai lavori, viene vista sempre meno ed è seguita specialmente dal pubblico anziano, privo di alternative serali.
Il fatto che oggi la politica punti sulla Tv per la battaglia referendaria è coerente con l’Italia da cui gli italiani continuano a fuggire all’estero: 107.000 nel 2015, soprattutto giovani, e - sorpresa! - soprattutto settentrionali (dati della Fondazione Migrantes della Cei, appena diffusi). Restiamo un Paese per vecchi, alla faccia della retorica sulla gioventù che da D’Annunzio in avanti è un motivo ricorrente e grottesco della nostra storia.
Naturalmente è un bene che vi siano trasmissioni di approfondimento e di confronto tra antagonisti, anche se a tratti sembra una lotta tutta interna al Partito democratico... Ma che ne direste di un comizio in piazza? Di un dialogo faccia a faccia con gli elettori? Del confronto sui social network non inficiato dai troll, i provocatori del web spesso prezzolati? Che ne dite di un po’ di realtà? Sì o No?

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