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LIVIO COSTARELLA
BARI - «Tanto, tutti qui dovete venire». La frase di Lorenzo De Santis, alias «Varichina» (1938-2003), non la può dimenticare nessuno. Anzi, nella sua inflessione dialettale («l’ femmn hann’a ffernèsc’ e tutt’ddò avìt’a vnì», battendosi con la mano la chiappa in segno di sfida) amplifica all’ennesima potenza un concetto che va ben al di là della provocazione sessuale. Sì, perché Lorenzo Varichina, pittoresca icona gay barese, noto anche come parcheggiatore abusivo, guardiano-assistente delle prostitute e procacciatore di probabili, ma soprattutto insospettabili amanti della sua sponda, di professione è stato qualcuno per cui «sbarcare il lunario» non era solo una metafora.

Una di quelle persone che tutti conoscevano, ma di cui nessuno sapeva nulla. Persino dove fosse finito, negli ultimi tristi anni, minato da un diabete che lo ha privato prima delle gambe e poi della voglia di vivere.

Il più classico dei miti popolari, insomma, che adesso viene celebrato dal cinema: Varichina - La vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis è la bellissima docufiction prodotto da Apulia Film Commission nell’ambito del progetto «Memoria 2015» (produttore esecutivo Nacne Sas). Nato da un’idea del regista Antonio Palumbo, e ispirato ad un memorabile articolo apparso sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» nel 2013 (Un busto per il mito diverso. Viva Lorenzo «Varichina»!), a firma di Alberto Selvaggi, che compare nei panni di se stesso nel film, Varichina è stato scritto e codiretto da Palumbo e Mariangela Barbanente.

Presentato ieri al Cineporto di Bari, in una prima proiezione informale per la stampa e il cast, condensa in poco meno di un’ora, con la magica fotografia di Luca La Vopa, non solo la storia di un uomo allegramente variopinto, ma anche il racconto di una città e di uno dei quartieri maggiormente frequentati da Lorenzo: il popolare Libertà, che gli si cuciva sulla pelle come un marchio, pur foriero degli sfottò e scherzi più beceri, quando non di vigliacchi pestaggi o regolamenti di conti.

Varichina, «amato, citato dagli accattoni come dai notabili – raccontava Selvaggi in quell’articolo sulla “Gazzetta” -, con la sua zazzerona sconnessa e riccia color acqua marcita, schiumata di rame biondastro alterno, coi suoi pantaloni a zampa strizzati su chiappe e pudenda, con le sue camicie ad alettoni marron-blu tenebra col nodo sul ventre», è interpretato da un Totò Onnis in stato di grazia, in uno stile filmico a metà tra fiction e documentario che si fa guardare tutto d’un fiato e che abbellisce i confini geografici di una Bari che in realtà non ha mai dimenticato quella camminata sculettante e beffardamente provocatoria: la ex Posta centrale, i giardini di Piazza Battisti, Piazza Umberto, i tuguri delle prostitute del Lungomare.

Completano ottimamente il cast degli interpreti principali Ketty Volpe, Federica Torchetti, Claudio Brunetti e Lucia Coppola, per un lavoro che adesso attende una meritoria distribuzione. Tanto, tutti là, prima o poi, dovremo andare.

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