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Maioliche antiche A Ostuni le collezioni Matricardi e Dell’Aquila

Maioliche antiche A Ostuni le collezioni Matricardi e Dell’Aquila
di GIACOMO ANNIBALDIS

Su un bell’ampio piatto di maiolica bianca, un cuore trafitto da due frecce è sospeso tra i busti di due giovani innamorati che si guardano negli occhi. È un piatto decorativo, che celebra un fidanzamento (un tempo si chiamava «gamelio»), avvenuto – come dichiara il cartiglio sottostante – il 15 novembre 1631 («die 15 novebbri 1631»); e riproduce, nella coppia raffigurata, due celebri amanti: i loro nomi sono stampigliati sulle teste cinte d’alloro: Laura e F.P.G., vale a dire Francesco Petrarca, il poeta dell’amore per eccellenza.

Era quello il tempo delle stoviglie personalizzate e di buon gusto. In cui si ammannivano modelli e costumi del Rinascimento e del Barocco, grazie a un’arte che non può più considerarsi minore: la ceramica. Allora il vasellame da tavola e da arredo era decorato con stemmi famigliari – indicatore del possesso e ostentazione del proprio successo sociale – , o arricchito con scene allegoriche di Virtù, raffigurazioni di episodi biblici o mitici, beatificato dalla presenza dei santi «nel piatto».

Tutto questo dimostrano i pezzi favolosi delle collezioni Giuseppe Matricardi (di Ascoli Piceno) e di Antonio e Carlo Dell’Aquila (Bari) ora esposti a Ostuni nella raffinata rassegna «Tre secoli di maiolica di Castelli 1500-1700», inauguratasi alcuni giorni fa nel Museo di Civiltà preclassiche, a cura di Donato Coppola e dallo stesso Matricardi (ma con la collaborazione scientifica di A. e C. Dell’Aquila, Carola Fiocco e Gabriella Gherardi). Sono circa 170 ceramiche, sottolineano Coppola e i Dell’Aquila (con i quali visitiamo la mostra), e furono prodotte in gran parte nelle officine di Castelli, il paesino abruzzese ai piedi del Gran Sasso.

Si va dai numerosissimi albarelli e pilloliere per farmacie (databili a cominciare dal 1540) ai mattoni di maiolica policroma raffiguranti teste di giovani e di uomini barbuti, che costituivano il «puzzle» di una ancona nella chiesa di San Donato a Castelli (circa 1550). E poi, bottiglioni e brocche, borracce e piatti, vasi e statue, acquasantiere e alzate, fiasche e tazze, tondi e centrotavoli, targhe, pannelli e piattelli… Un fulgore di stoviglie e vasi che dal ‘500 promana sino a fine ‘700: splendidamente conservati e ancora rilucenti nei loro colori originali. Spiccano per originalità una borraccia a forma di «pistola a ruota» della metà del ‘600, nonché la vasca battesimale (data 1624) in «compendiaria», il cui coperchio – raffigurante il «Battesimo di Cristo con un Sant’Andrea» – fu recuperato sul mercato antiquario vent’anni dopo l’acquisto della corrispondente vasca. Curiosi sono anche i bacili per la barba, raffinati, con le rispettive rientranze per potervi adagiare il collo durante la rasatura. Tipici della maiolica di Castelli, figurano i piatti azzurri del ‘500, chiamati «le turchine», con i loro arabeschi in oro. Una statua in maiolica policroma raffigura invece santa Colomba, forse la martire narbonense il cui corpo è venerato nella cattedrale di Bari.

Certo quella esposta ad Ostuni è maiolica di alta qualità, anche figurativa (non sono in mostra ceramiche da fuoco o da basso uso domestico). In molti dei pezzi, a volte firmati, è dato ora ravvisare l’estro e l’abilità dei maestri figulini abruzzesi, che esportavano le loro opere in tutto il Regno di Napoli; e all’estero. Addirittura è possibile seguirne la produzione famigliare, dai più celebri artisti come i Pompei, già noti nel ‘500, ai più noti e raffinati Grue, Francesco e Carl’Antonio (di quest’ultimo apprezzati i piatti e vasi, come l’alzata raffigurante il «Trionfo di Bacco e Arianna», impreziosito da lumeggiature e rilievi in oro; nonché le spigliate allegorie di virtù come la «Carità», la «Forza» e la «Giustizia», databili alla fine del ‘600). Ma altrettanto sorprendenti sono i prodotti dell’atelier della famiglia Gentili, soprattutto di Berardino, il quale dipinge sui piatti «trionfi» di Cesari e, nelle bacinelle per barba, «nascite di Veneri».

Per alcune di queste ceramiche in mostra è possibile, grazie anche ai documenti, ricostruire la storia dei committenti: come le brocche, i piatti e gli albarelli plasmati e decorati da Orazio Pompei tra il 1550 e il 1560, per celebrare la riappacificazione delle due nobili famiglie degli Orsini e dei Colonna. O nel 1600, una bottiglia appartenente a un certo generale Mendoza, che volle far circondare il suo stemma con ben 18 cannoni: forse quelli strappati al nemico in una memorabile impresa bellica…

Ma le scene bibliche e quelle mitiche riprodotte sulle lisce superfici del vasellame testimoniano anche il grado culturale dei signori delle maioliche, che godevano nell’ammirare non solo i santi e i beati, ma anche i pruriginosi casi della «casta Susanna», insidiata da bavosi vecchioni e salvata da Daniele, il primo detective della storia; o ammiccavano galanterie offrendo piatti con Tritoni che rapiscono Nereidi, per amplessi marini. Ovvero, si sentivano ammoniti dalla disavventura di un Assalonne, il vanitoso figlio di Davide, che intendeva «rottamare» suo padre, e invece fu condannato dalla sua lunga chioma, attorcigliatasi nei rami durante la fuga…

L’intento dell’esposizione è documentare un pagina poco nota dello splendore del Regno di Napoli (sotto il dominio della Spagna); e tuttavia non manca nella mostra uno sguardo «filologico» alla produzione pugliese: dalle maioliche di Laterza a quelle di Nardò. L’interrogativo è: quanto l’arte figulina di Castelli abbia influenzato quella apula (se n’è parlato nei giorni scorsi anche in un convegno centrato sul tema: «Confronti con le produzioni pugliesi e campane derivate»). E, con ciò, abbia contribuito a far baluginare sul nostro suolo un po’ di quella brillantezza abruzzese.

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