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L'intervista

Maffesoli: «Con i gilet gialli la mobilitazione di massa passa per i social network»

Parla il sociologo della Sorbona: «Riusciremo a domare il mondo digitale». La cybercultura anti-astrattismo

Maffessoli: «Con i gilet gialli la mobilitazione di massa passa per i social network»

BARI - Politica e democrazia al tempo della cybercultura. Michel Maffesoli, sociologo della Sorbona, in Italia nelle scorse settimane per un ciclo di conferenze, indica - nel dialogo con la «Gazzetta» - come la comunicazione digitale sia la frontiera che rivoluziona le relazioni sociali e politiche, con blog e social trasformati di fatto nelle nuove piazze comunitarie. L’ultimo caso è quello del movimento dei «gilet gialli» transalpini nati sul web per occupare poi tutte le strade del Paese. «Il web riporta i dimenticati al centro dei pensieri dei politici», sentenzia lo studioso francese.
Maffesoli è autore del recente saggio Il vuoto delle apparenze (collana iMedia di Edizioni Estemporanee, curata da Tito Vagni) con postfazione di Nuccio Bovalino.

Il mondo digitale, con le sue piazze social, è sempre più predominante nel panorama politico europeo. La tendenza italiana vede sostituire il lavoro intellettuale dei grandi soggetti politici di massa con l’iperattivismo dei social-media manager. Questa evoluzione è irreversibile?

«Si può dire che la politica, che nel suo senso etimologico significa gestione della città o della polis, è diventata sempre più estranea a questa concezione prossemica. Quasi ovunque, nelle società democratiche, la politica e i politici si sono totalmente "astratti" dalla vita civile (o sociale), ovvero dalla vita quotidiana. Allo stesso tempo, dalla fine del secolo scorso, abbiamo assistito allo sviluppo di una cybercultura che, al di là o al di sotto della verticalità del potere, restituisce l'orizzontalità della condivisione, dello scambio, cioè in sintesi della vita più concreta. Da quel momento in poi, il mondo digitale sta diventando un'alternativa alla concezione classica della forma partito e/o delle rappresentazioni sindacali. Sarà necessario prendere in considerazione i social network, i blog e i forum di discussione che stanno restituendo forza e importanza alla "vita della città". Questo "net-attivismo" non è percepibile solo nelle società europee. Conosciamo il ruolo che esso ha avuto negli Stati Uniti e in Brasile. Anche la Corea del Sud ci ha fornito alcuni esempi istruttivi al riguardo. Di conseguenza, i politici possono pensare la loro azione solo integrandola con questo "attivismo" specifico della cybercultura. Si tratta di una evoluzione irreversibile e destinata a consolidarsi».

La tecnica digitale e la democrazia: il web che tipo partecipazione genera tra i cittadini nei processi politici?

«La tecnologia digitale conferirà nuovamente un forte valore al termine democrazia nel suo senso etimologico, ossia al nel suo significato di potere del popolo. In Francia, molti esempi quotidiani evidenziano la dimensione "epidemiologica" dei movimenti sociali generati dalla e attraverso la cybercultura. L'ultima in ordine di tempo, la rivolta dei "gilets jaunes" ha messo in evidenza la mobilitazione di massa che può essere generata grazie o a causa dei social network».

Il primo leader digitale è stato Obama. Ora i più dinamici sono i politici populisti, da Trump a Salvini. La comunicazione rapida, immediata e sintetica come favorisce il populismo?

«Per nominarne solo alcuni, Obama negli Stati Uniti, poi Trump, Salvini in Italia, Bolsonaro in Brasile, Macron in Francia, questi esempi dimostrano che i politici sono obbligati a utilizzare la comunicazione rapida e specifica della tecnologia digitale per consolidare o sviluppare la loro azione. È rilevante sottolineare che questo porta alla rinascita del "populismo"? Da parte mia, ritengo che questo termine sia una stigmatizzazione che evita di prendere nella giusta considerazione la rivolta popolare. Infatti, le persone che sono state costantemente rinnegate, emarginate, ignorate o semplicemente disprezzate, sono finalmente ritornate fra i pensieri dei politici. Per parafrasare il filosofo spagnolo Ortega Y Gasset, possiamo veramente parlare di una rivolta dei popoli. Ed è nell'interesse dei politici riconoscere ed essere consapevoli del significato di tale rivolta».

Quale media novecentesco ha chance di sopravvivenza, evolvendosi, nel nuovo millennio?

«È difficile dire quali media moderni sopravviveranno nel nuovo millennio. Resta inteso, se prendo l'esempio che conosco della Francia, che i media tradizionali rimarranno su un modello antiquato, guidato da un'élite autoproclamata che pretende di conoscere la verità, il bene e ciò che è giusto fare. A questo proposito, ricordiamo la frase di Hegel nel XIX secolo per il quale leggere il giornale "è la preghiera dell'uomo moderno". Già qualche decennio dopo Nietzsche parlò della stampa, con il suo noto vigore, come del "vomitus matutinus". Insomma, nel millennio in corso, sopravvivranno solo quei media che riusciranno a integrare la dimensione prossemica a quella tradizionale, aumentando l'interattività, la reversibilità, lo scambio e la condivisione, cioè l'interattività, la reversibilità, lo scambio e la condivisione, che sono i tratti distintivi del mondo digitale».

Si arriverà ad avere come leader non più degli esseri umani ma degli ologrammi i cui contenuti saranno stabiliti da chi possiede l’alchimia degli algoritmi?

«Non c'è bisogno di farsi prendere dal panico per lo sviluppo tecnologico. Ricordiamoci che all'inizio dell'era moderna, l'invenzione della stampa, quella che potremmo chiamare la galassia Gutenberg, ha fatto tremare le élite del tempo. Per il semplice fatto che la diffusione del libro aveva tolto ai copisti dei monasteri il monopolio della parola scritta. È qualcosa di questo tipo sta accadendo con la cybercultura. È quindi lecito pensare che riusciremo in qualche modo a domarla, perfino addomesticarla, insomma, usarla con discernimento. Per parafrasare il filosofo Hegel, che parlò del "trucco della ragione", perché non pensare che assisteremo a una astuzia della tecnologia, a opera delle giovani generazioni, di quei "nativi digitali" che si avvicinano alle nuove tecnologie senza paura o tremori».

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