L'intervista

«Malencunia»: l'abbraccio fra tradizione e sperimentazione con gli Inude e il Canzoniere Grecanico Salentino

Bianca Chiriatti

La band racconta l'approccio alla lingua italiana, dopo aver calcato palchi in tutta Europa: «Senza sentimenti come la noia o la malinconia, tipici dei nostri territori, non verrebbero fuori certi impulsi creativi»

Pensare alla sperimentazione, specie in ambito artistico e sonoro, ci porta a proiettarci nel futuro, verso una visione moderna, inedita. Cosa succede, invece, quando la sperimentazione abbraccia la tradizione, quei suoni ancestrali che affondano le radici nel territorio? La risposta è nell'esperienza dei salentini Inude, trio indie-tronico/alt-pop che dopo aver sperimentato in ogni direzione una ricerca musicale con suoni elettronici, synth spaziali, andando in tour in tutta Europa e cantando in lingua inglese, tornano con «Malencunia», nuovo singolo insieme al Canzoniere Grecanico Salentino, e che con «Cent'anni» anticipa il nuovo album in uscita dopo l'estate per Factory Flaws, il primo in italiano. Il rapporto tra gli Inude (Flavio, Giacomo e Francesco) e il Canzoniere è ormai consolidato, in quanto dal 2024 fanno stabilmente parte della formazione live del collettivo. E deve essere stata proprio la spinta del CGS a includere l'elettronica contemporanea nella traiettoria delle radici popolari, a ispirare il trio nell'esplorazione di questa direzione: «Alla base del nostro lavoro c'è sempre l'esigenza di sperimentare - raccontano alla Gazzetta - ci diverte e a volte ci fa anche soffrire. La tradizione fa parte del nostro tessuto familiare, ci siamo avvicinati al folk, ai suoni della world music, ma senz'altro fondamentale è stata l'influenza del Canzoniere». La «malencunia», tra l'altro, così come il dolore, è un sentimento molto legato alle atmosfere delle canzoni popolari salentine: «Anche la noia viene rappresentata come qualcosa di negativo, ma forse per noi che siamo cresciuti in piccoli paesi, prima dell'avvento di cellulari e iperconnessione è stata proprio quella noia a scatenare una forza creativa, ha i suoi lati romantici. E il nostro territorio è simbolo della malinconia, esplode in una parte dell'anno, e poi per certi versi muore, per rinascere di nuovo la stagione successiva». Senz'altro tra i cambiamenti più decisivi di questa fase c'è la scelta di cantare in italiano e in dialetto: «Fin dai primi anni ci consigliavano di provare, ma più ci dicono di fare qualcosa, meno ne abbiamo voglia. La nostra parola d'ordine è "spontaneità": quando ne abbiamo sentito l'esigenza, abbiamo optato per l'italiano. E a parte un paio di sorprese, il disco - che è praticamente chiuso - sarà tutto nella nostra lingua». Tutto dialoga, quindi, in modo organico: anche in fase di scrittura del brano ogni elemento ha trovato il proprio spazio, cori e voci, le corde del bouzouki e la scrittura di Alessia Tondo. «Non partiamo mai con riflessioni precise su suoni e melodie, a volte sono i brani stessi a indicarle. Le parole in dialetto le abbiamo mantenute, nonostante la sperimentazione non volevamo appropriarci di qualcosa di non completamente nostro. E poi finalmente con il Canzoniere ci siamo presi il giusto tempo per sperimentare in studio, prenderli come sorgenti da cui attingere e andare avanti». Un viaggio, quello degli Inude, che li porterà anche quest'estate in giro sui palchi, non solo in Italia. Fino al prossimo disco, col Salento sempre nel cuore.

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